contributo di Vania Chiurlotto al Seminario di Studi

SAPERE DELLE DONNE E TRASMISSIONE – CENTRI E RIVISTE

Lecce,13 febbraio 1996

 

parlare da “DWF donnawomanfemme”

Due, tre volte l’anno mi capita di fare quello che io chiamo “lavoro postale”, vale a dire di suddividere per città e regione le buste per la spedizione della rivista in abbonamento. L’ultima volta che mi è capitato di farlo sapevo già di questo convegno e ci stavo appunto pensando. Ho capito allora il motivo del segreto piacere – segreto a me stessa – che mi aveva fatto accettare di buon grado questo lavoro in sé molto meccanico. Così meccanico che ci sono appunto macchine progettate per farlo leggendo il codice postale. Io invece non leggo il codice, ma proprio i nomi e gli indirizzi, e il piacere mi viene appunto dal vedere scorrere sotto i miei occhi, in diverse centinaia di nomi, l’intera geografia e la storia di “DFW”. Nel senso che io posso ritrovare in quei nomi – non in tutti, naturalmente e per fortuna – il segno dei rapporti che hanno generato conseguenze. Così potrei dire quali abbonamenti risalgono a coloro che nel 1975 fondarono la rivista (e segnatamente ad Annarita Buttafuoco per la sua attenzione specifica e preziosa alle biblioteche); quali alle donne che nel tempo fecero parte delle diverse redazioni; quali sono dovuti a donne che non solo si abbonano ma che fanno abbonare il centro donna del loro paese, o il dipartimento universitario nel quale lavorano; quali agli altri luoghi  politici o professionali che ciascuna di noi frequenta; quali all’attività del  nostro “Centro studi donnawomanfemme” e a “Rete Lilith; quali alla rubrica Quarta di copertina che offre un particolare servizio alle biblioteche…Ci sono poi molte di cui non so, perché sono lettrici che hanno trovato la rivista in una libreria e che decidono di abbonarsi: in questo caso è il prodotto stesso che stabilisce rapporto e continuità.

Scorrono sotto i miei occhi – da qui il segreto piacere – le immagini di molte donne che avevano e hanno diverse concezioni e pratiche, diversi modi di esprimere la loro passione politica: un tessuto che mi precede, che mi esime dall’onere di dover fondare una tradizione politica di donne perché altre l’hanno fatto per me dandomi la possibilità di continuarla trasformandola. E ‘ lo stesso motivo per cui mi trovo a mio agio nell’Udi. Un tessuto che mi rimanda all’emozione del bel manifesto pensato per questo convegno da Pina Nuzzo e Rossella Lezzi, con le figure significative che si stagliano su uno sfondo di onde, onde di sabbia, ma anche nervature viventi, leggere e continue.

Il primo sapere che ho acquisito è dunque questo: è la vostra chiamata che mi fa guardare quello che faccio, che mi dice il senso di un lavoro apparentemente meccanico, privo di intelligenza.

Così come è il vostro desiderio di ascolto che mi dà parola. Non in assoluto: che mi dà parola qui. Non qualunque chiamata: rileggo davanti a voi una storia perché me lo domandano alcune donne che hanno una storia, con le quali ho una storia politica riconoscibile che mi dà accesso ad altre, alcune donne che hanno un progetto e che si sono per prime esposte su quel progetto, dando conto – come ci dicono gli scritti contenuti nella cartella – della propria storia. Non sono qui dunque per parlare né “alle mie amiche” di Lecce, né genericamente “alle donne di Lecce”: siamo qui tutte donne che abbiamo un pensiero su noi stesse e una storia politica. Si intraprende un progetto mostrando uno spessore nominabile di rapporti, di gesti, di giudizi politici. Insisto su questo, sul fatto che abbiamo già fondato, perché so l’opportunità che può costituire per tutte l’esistenza di una tradizione: naturalmente sta alla responsabilità politica di chi opera qui di fare in modo che l’esistenza di una storia non si trasformi per altre in sentimento di esclusione ma, al contrario, in possibilità di accesso alla politica delle donne.

Facendo quel lavoro meccanico di cui vi dicevo, io interpreto “DWF” nel suo patrimonio (da padre, non uso a caso questo vocabolo) di lettrici. Per la nostra commercialista è una voce di bilancio. Il suo non è uno sguardo impolitico. Lei, nella sua competenza, mi obbliga a vedere quanto e come sto nell’ordine sociale: adempimenti, editoria, economia, mondo commerciale…Come dire che se vogliamo libertà e titolarità del nostro pensiero dobbiamo occuparci della struttura d’impresa e del prodotto necessario a farlo conoscere.

Non ci abbiamo pensato subito, ci siamo arrivate e l’abbiamo spiegato in un numero di “DWF” intitolato Pesi e misure. Abbiamo imparato a dare appunto misura al nostro desiderio politico, a governarlo, a dargli un luogo; abbiamo interpretato quello che dall’ordine sociale, dall’ordine del padre, ci veniva come dato – “le leggi economiche” – nel suo senso politico, non come un ostacolo al lusso del nostro pensiero.

Io interpreto non sta nel registro dell’arbitrarietà, ma del simbolico. È attribuzione di senso a scelte materiali che altre donne (producendo la rivista, leggendola, facendola conoscere) hanno liberamente fatto nel tempo. È attribuzione di valore a spostamenti avvenuti nei fatti: di investimenti, di pensiero, di energie, di soldi, di tempo, dall’unico, dal neutro, ad un pensiero che concepisce l’appartenenza al genere come un valore e non come un destino.

La presa di parola e la capacità di ascolto attengono entrambe alla responsabilità politica.

È da questo esercizio che a “DWF” abbiamo ri-cominciato, nel 1986. Ci sentivamo tutte troppo strette nelle appartenenze di gruppo, di associazione, che pure erano state la nostra storia e abbiamo prodotto una riflessione partendo da Mi piace/non mi piace (primo titolo della nuova serie) come categoria di una soggettività che si mette in gioco e giudica, al di là del già dato per il nostro sesso che si declina piuttosto sul devo/non devo, posso/non posso, mi deve piacere/non mi deve piacere. Da lì abbiamo ripercorso, numero per numero, i tratti fondamentali in cui si configura la nostra passione politica come necessità. Basta scorrere i titoli: Progetti, progettualità; Biografie; Appartenenza; Responsabilità politica; Forme della politica; Il negoziato…un andare a fondo su singoli concetti, per rimettere insieme in primo luogo fra di noi della redazione una lingua comune. Letteralmente: nei primi tempi io non capivo nulla di quel che diceva la nostra Elena Gentili. Per esempio: l’appartenenza al genere per sé è muta, è un dato (originario quanto al sesso, culturale quanto al genere) ma il sentimento dell’appartenenza come valore fonda relazioni significative tra donne, costruisce consapevolezza di appartenersi e di appartenere al genere politico femminile. Tale consapevolezza implica la responsabilità politica di porre ovunque in essere le condizioni perché nessuna si senta esclusa a priori dal genere politico femminile.

La nostra riflessione evidentemente non avveniva nel vuoto, ma nel contesto delle nostre vite individuali, dei nostri rapporti interni, del dibattito politico fra donne fortemente segnato dal pensiero e dalla pratica della Libreria delle donne di Milano, dai fatti del mondo e dai saperi che, in tutto il mondo, altre donne andavano e vanno elaborando. Argomentazioni, le nostre, che hanno avuto corso, parole e concetti che ritroviamo in scritti e discorsi di altri luoghi, che hanno trovato risonanza in altre donne perché ne interpretavano le esperienze, che hanno fatto lingua comune.

C’era un andare in profondità, in quell’analisi, ma anche un limite. Come se dovessimo articolare, passare dalla parola alla frase. È una serie che si conclude nel dicembre del ’91 con il numero Prova d’ascolto, quando chiamammo altre donne a discutere, perché ci sembrava che si fossero create nuove e troppo schematiche appartenenze di gruppo, divisioni anche nominalistiche fra chi si occupava “del simbolico” e chi lavorava sui “diritti di cittadinanza”. Dopo di allora passammo “dalla parola alla frase”. E la prima frase fu Vedere l’ostacolo. Se mi vivo come oppressa, non vedo che oppressori; se mi vivo come soggetto, le medesime situazioni – che possono essere molto pesanti – mi appaiono come irte di ostacoli ma non come impossibilità di significarmi in quanto soggetto. Cambia l’atteggiamento verso le cose del mondo, verso noi stesse, cambiano le strategie e il senso dei rapporti politici. Tutti i titoli della serie più recente (Ripensare gli eventi, Riconoscersi nei progetti, Storie di lavoro, Una questione di governo, Variabile corpo, Pechino e dintorni, Il sapore del conflitto, Geografia dei segni) comportano una lettura degli avvenimenti che chiamiamo governo dell’interpretazione. Intendiamo con ciò la capacità, e in ogni caso lo sforzo, di ragionare su ciò che accade esponendoci ogni volta in un giudizio. Sia che si tratti di avvenimenti che si producono nel mondo e a cui noi attribuiamo un senso vicino all’esperienza femminile, sia che si tratti di eventi sessuati, cioè di accadimenti prodotti da donne che spostano per tutti la percezione delle cose ma di cui si tende a sottacere l’origine femminile. Nell’operare questo taglio interpretativo, nel fare testo siamo indotte a ridefinire ogni volta che cos’è politica.

Oggi. Due mesi fa abbiamo fatto uno spostamento che può banalmente essere letto come un trasloco. La Libreria delle donne “Al tempo ritrovato”, la redazione di “DWF” e la Cooperativa Utopia che la edita, il Centro studi donnawomanfemme con la sua Biblioteca specializzata e collegata alla rete informatica Lilith di cui vi parlerà Annalisa Diaz, si sono trasferite in un grande spazio comune a Trastevere, in via dei Fienaroli 31/32. Non si tratta di un banale trasloco, perché gli attribuiamo un senso diverso: vogliamo essere presenti nella città, nell’ordine sociale, con una struttura anomala rispetto alle leggi di mercato. Normalmente un’impresa commerciale com’è appunto una libreria non convive con una biblioteca che è un servizio gratuito (infatti siamo l’unico esempio in Italia e probabilmente in Europa): in questo caso invece non solo non se ne sente minacciata, ma al contrario la vive come una naturale estensione della propria progettualità politica. L’intenzione comune è di moltiplicare gli accessi al sapere e alla politica delle donne, di dare fluidità non solo agli spazi e alla loro destinazione ma anche ai rapporti.

Tutto questo esige una grande sapienza di relazioni fra noi, una misura da trovare fra la tutela delle specifiche storie e caratteristiche, e il rischio comune che stiamo affrontando. Questo mi riporta alla richiesta più intrigante che fa a noi Pina Nuzzo nel suo testo. “Nella mia curiosità – scrive Nuzzo – c’è a volte un’aspettativa: che queste donne esprimano a loro volta una curiosità e che ciò le induca a inventare delle aperture che non siano solo ‘la lettera’ e nemmeno ‘l’articolo’, perché le mie parole fuori da un contesto -fuori da un corpo – non dicono niente del mio lavoro, cioè della politica che faccio”. Avvertiamo anche noi in “DWF” questa esigenza, e stiamo appunto ponendoci il problema di quali forme inventare per darle risposta. Un modo, per esempio, può essere quello di fare periodicamente delle “redazioni aperte” in cui sia possibile ragionare con alcune altre fin da quell’iniziale e apparentemente casuale e disordinato comunicarci esperienze di vita e contestuali riflessioni politiche, che normalmente dà il via al concepimento di un numero della nostra rivista.

Non mi nascondo tuttavia una consapevolezza: una rivista è un luogo di potere, nel senso che sceglie a chi e a che cosa dare parola. Occorre, anche qui, trovare una misura tra quella curiosità e la tutela del luogo di enunciazione che altre donne hanno fondato e di cui hanno cura. Credo che nulla di quello che ho raccontato e di cui ho fatto problema sia estraneo al progetto di un Centro a cui intendete dar vita a Lecce; confido e vi auguro di continuare a saper trovare la sapienza di rapporti e le mediazioni necessarie per raggiungere il vostro scopo.

 

testo dagli atti a cura di Marisa Forcina e Pina Nuzzo, edizioni Milella 1997                                                 immagine Archivio Centrale dell’UDI 

di Vania Chiurlotto

Tu sostieni che i rapporti tra donne quanto più sono positivi, autentici, tanto più sono ineffabili, indicibili. E’ un’opinione pericolosa, ma questo non impedirebbe che fosse vera. Proverò a dire anzitutto perché è pericolosa, poi perché non è vera. E’ pericolosa perché è sterile: essa stabilisce che il fine è irraggiungibile e ti esime così dall’esplorare i modi, i mezzi, le condizioni, dal verificare se e in quali circostanze può darsi tra donne una relazione significativa; essa consegna a priori al silenzio proprio ciò che è invece necessario – per me come per te – di nominare.

Se è vero (ipotizziamolo) che la misura del nostro rapporto con noi stesse e con il mondo non sono più gli uomini; se è vero (ammettiamolo) che i giudizi che contano per noi, che ci danno più soddisfazione o più patimento, sono quelli delle donne  che frequentiamo, significa che si è storicamente aperto uno spazio, di natura etica e politica, che non possiamo colmare sbrigativamente svilendo a ideologia concetti per sé nobili e ricchi: la solidarietà tra donne, l’affidamento, le differenze…

Le formule non danno ragione di tutto quello che esse lasciano fuori, e cioè dei rapporti concreti tra di noi, così segnati da ingombranti fantasmi ( di potere, di esclusivismo, di dipendenza, di mitizzazione, di inadeguatezza, di giudizi immaginari, di mancati riconoscimenti…) e in positivo da preziosi atti politici (l’ascolto, l’esserci, la disponibilità di sé, il farsi carico, l’ironia, il dono, il sostegno, l’allegria…).

C’è molto da nominare, non possiamo ritrarcene, pena l’infelicità e “la fatica solitaria di nominare politicamente la propria autonomia di soggetto, di testimoniare cioè ogni volta e volta per volta la propria esistenza sessuata” (Dwf n.4, Editoriale).

Devo partire dunque dal postulato che i rapporti sono dicibili, e finirò per dirli.

 (scritto fine anni ‘80)

immagine, origami di Liz Hamman 

 

Ho riaperto per caso una vecchia cartellina e ne è uscito un testo che non sapevo di possedere. E’ un intervento di Elena Gentili a un convegno di lesbiche femministe. Non compare la data, non c’è titolo. Voglio trascriverlo e metterlo a disposizione perché spero che qualche compagna rammenti la circostanza e voglia comunicare questi dati, ora che non c’è più la donna che di sicuro li avrebbe ricordati. Ma soprattutto perché mi pare che le parole di Elena esprimano una concezione e un’esperienza di vita e di rapporti che illuminano di senso l’esistenza di ogni donna.
Chi voglia sapere di più su Elena Gentili, vada sul blog di Simonetta Spinelli.

 

Chiedersi se il lesbismo non ha storia sociale quando non ci si riferisce all’accreditamento da parte del potere, che non mi pare tema specifico del convegno, significa tentare un’indagine che, al contrario di quella quantitativa, sveli una storia delle idee, i segreti movimenti del pensiero, le sue evoluzioni, le sue lotte, i suoi valori e perciò anche le sue memorie. Questo tipo di indagine è singolare perché affronta uno strano campo di riflessione, quello in cui i discorsi non si accontentano più di essere parlati e descritti, quello in cui tutte le parole hanno un senso ad un tempo familiare ed enigmatico e, soprattutto, quello in cui questi segreti movimenti del pensiero sono, sia pure in vari dialetti, sulla bocca di tutte le donne lesbiche.
Li ho chiamati segreti movimenti del pensiero volendoli definire così non in relazione alla loro diffusione sociale, né al pudore che vela l’intimità, problemi che non sottovaluto ma che non affronto in questa improvvisata riflessione, ma piuttosto in base al fatto che non hanno preso la forma di grandi enunciati. Non si sono infatti chiamati, ad esempio, economia, filosofia, psicanalisi.
Questo però non vuole significare potersi sottrarre alla necessità di un sistema di riferimenti e di riflessioni che, nell’affrontare temi specifici e parziali, anche all’interno del lesbismo, non intenda costruire una trama di nessi, interpretazioni e invenzioni che vengano nominate.
Uso nominare nel senso di autolegittimarsi e quindi di fondare una struttura di linguaggio che risponda, non al morire di definizioni, ma alla concettualizzazione dell’essere soggetto donna, e perciò fuori del mutismo, abitante dell’espressione, frequentatrice semmai, spero disaffezionata, dell’errore piuttosto che dell’obbedienza.
Di conseguenza, nominare il lesbismo non può voler dire per me l’obbligo di fare casistiche e definizioni, ragionare per opposizione, cimentarsi nei confronti, nel conto delle vittorie o delle perdite. Nominarlo è formulare la sua esperienza, le sue geometrie e fantasie interiori, le sue strutture anche in relazione al mondo. Questo mi sembra altro dal dovere di spiegarlo al mondo, o di spiegare il mondo.
Ora, un dato di queste coordinate interiori mi sembra sia che i rapporti lesbici hanno un connotato speciale: sono fondati sulla somiglianza. Sul piano della realtà, dell’etica e della politica dei rapporti questo non è un fatto da poco, ma caratteristica fondante di questi rapporti.
Con somiglianza voglio specificare che un rapporto lesbico ha un desiderio e una concezione sociale della sessualità che non si fonda su quella disuguaglianza iscritta invece nella concezione sociale e del desiderio, della mascolinità e femminilità.
Essere fisicamente simili non rimane fatto fine a se stesso. Un desiderio suggerito da una somiglianza passa da percezioni e aspirazioni che fondano uno statuto della conoscenza necessariamente diverso rispetto alla relazione che si ha con la realtà e con l’immaginario, con l’onnipotenza o con la perdita di sé, con il costruire le proprie occasioni e con il saperle riconoscere. E’ la concezione di somiglianza che apre la sfida delle differenze. E’ un percorso contrario a quello che dalla diversità deve cercare quel punto di somiglianza e comunicazione che spesso fa esorcizzare la diversità al prezzo, conosciuto da ogni donna, di dover restringere il desiderio fra le ragioni dell’uguaglianza e quelle della parità. Io non voglio, e non so stabilire, le gerarchie dei valori di questi due percorsi, ma del resto ho detto prima che importante per noi è formulare le esperienze, nel senso di indagarle e nominarle, e quindi di trovarne le caratteristiche fondanti.
Il gioco delle differenze che si apre proprio all’interno di questa somiglianza è tutt’altro da un rapporto speculare ed è una grande sfida di sentimenti e di conoscenza. E’ questo che, secondo me, dovrebbe tentare la consapevolezza femminile di tutte, la tentazione cioè non sta, come si sospetta semplicisticamente, in un rapporto d’amore con una donna, ma nel sottrarsi al depauperamento che svilisce ogni rapporto anche d’amicizia fra donne come rapporto privo di qualunque connotazione di sessualità-sensualità, e quindi con sbocchi e modalità sovradeterminati, violazione profonda che rende deforme un soggetto perché ne vincola il libero e autonomo sviluppo.
I due percorsi che prima accennavo, quello derivato dalla somiglianza e quello derivato dalla diversità, significano anche miscelare aree di appartenenza e quindi interessi e piaceri che del resto si pongono in un modo ineliminabile dalla parte dei desideri e delle necessità.
Per me il percorso lesbico e femminista è stato non solo un grande immaginario di modificazione sociale e culturale, e quindi di me come soggetto di vita e di conoscenza, ma anche indissolubilmente una realtà quotidiana in cui prendevano corpo interessi, abitudini, interpretazioni fino a strutturarsi in un habitat del femminile, in una socialità che avrebbe preteso il non occultamento. La delusione, le cadute, le discontinuità che sono nei rapporti d’amore, d’amicizia, politici, le diffidenze, i sospetti di potere, i conflitti che si determinano non mi fanno così tanta paura se non quando penso che siano sparizione di coscienza e quindi del senso politico che attribuivamo alla vita e alla volontà di sapere e di rischiare.
Se invece mi appaiono come sintomi del reale di un soggetto, devo dire che non mi pare così miserevole non essere sante. La necessità di fondare e rintracciare un’etica non è imparentata con la sublimazione. Ciò non toglie che non considero indecente che circolino giudizi e considerazioni fra noi. Indagare le ragioni di una passione, di una fragilità, di una mancanza non può voler dire appiattire, assolvere, tollerare e non esclude di esigere.
L’identità interiore e sociale che forma un soggetto ha già in sé i propri conflitti. Quindi in un rapporto lesbico l’immagine di ognuna è di per sé una problematica di potere nello stesso tempo in cui è fantastico accadimento di seduzione.
La pretesa che le differenze dell’altra siano funzionali alla nostra costruzione di forza, e quindi in qualche modo siano nel territorio del nostro dominio e delle nostre proiezioni, ci ghettizza alle dinamiche del conflitto. La contraddizione che si vive fra il privato e il sociale può addirittura, spesso, far confondere gli ambiti, volendo tutta l’accettazione nel rapporto e trasferendovi le voglie di riscatto, o separandolo totalmente dal resto del mondo perché rimanga scenario intoccato, quasi debba essere la prova che l’impossibile accade. Invece l’impossibile non accade, serve intelligenza, comunicazione, ironia, esperienza e molta tenuta rispetto alla sofferenza, all’infelicità e soprattutto all’interpretazione della propria solitudine. La realtà di un’etica è la politica della volontà e della sfida. Non è l’etica per definizione, il lesbismo, perché non è l’indicazione morale, non ha all’interno dei suoi rapporti un decalogo etico assodato e dominante che offre garanzie, ma questo non può significare né per la cultura del femminile, né all’interno dei rapporti lesbici, concludere il pasticciaccio del disvalore.
Se io voglio cogliere il segreto del corpo che desidero, devo ricordarmi che è il mio segreto che devo nominare e per farlo devo avere memoria, volontà, irriducibilità, generosità e compagne di percorso.
Ognuna di noi può sottrarsi alla lettura conturbante di se stessa, ma in questo caso abbia l’etica decenza di guardarsi come si guarda l’impossibile che rimane tale, senza voler togliere alle altre l’eccesso dell’accadimento.
Elena

 

lab-donnae-ottobre2014-0-2Ho sempre considerato una fortuna aver vissuto quella straordinaria intelligenza collettiva che abbiamo chiamato femminismo. Con Simonetta non ne ho condiviso soltanto la memoria. L’attualità di un’amicizia quotidiana mi ha fatto ammirare il rigore, la generosità, la lealtà nelle relazioni politiche, la tenerezza nei gesti, la sapienza e l’ironia della parola: il coraggio ogni giorno fino all’ultimo giorno.

Vania Chiurlotto

 Foto di Ilaria Scalmani, Laboratorio Donnae 2014 Roma

Gli occhi dell’albero

ottobre 28, 2015

 Cara-Barer 1

In cui si racconta come e perché nasce questo quaderno, perché l’abbiamo pensato come numero unico e non come numero zero di una rivista teorica impossibile e necessaria

L’idea e il bisogno di una “rivista teorica” circolano da molto tempo nell’Udi, da più di tre anni. Ma l’idea non doveva essere poi così chiara né il bisogno così profondo, se non hanno saputo trovare la strada della realtà. Le discussioni di questi tre anni – frammentarie, senza esiti visibili, limitate in pratica al gruppo della segreteria nazionale dell’Udi, ricorrenti e apparentemente inconcludenti – ci hanno fatto acquisire tuttavia un punto di consapevole lucidità. Che è questo: l’Udi nella sua forma storica istituzionale non potrà mai esprimere una “rivista teorica”.

Una rivista teorica, quale che sia il senso concreto di questa espressione, ci pareva potesse nascere solo da un’ipotesi di ricerca intorno alla quale si coagulano persone diverse che tra loro si scelgono, avendo in mente non di omologare le proprie diversità, ma di misurarle su quell’ipotesi, proprio per garantire la fruttuosità della ricerca. Una rivista teorica ci pareva poter trarre la propria legittimazione solo da sé, cioè dall’interesse che la ricerca suscita in primo luogo in chi la fa, e quindi dalla passione che quell’itinerario comunica in chi legge: una passione di lettura che fa vivere in chi vuole e può un bisogno, a sua volta, di studio, di intervento, di contributo, di scrittura. Una rivista teorica nasce da un punto zero della storia: nel senso che prima non c’era e poi c’è. Non prescinde dalla storia, ma non ne discende organicamente, non “viene da sé”, non è un lavoro o un compito fra i tanti. Per chi la fa, è un progetto, il progetto.

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“valorizzarsi tra donne”

ottobre 25, 2015

Crystallized Books — Alexis Arnold 

Postfazione di Vania Chiurlotto al saggio di Rina Macrelli L’indegna schiavitù. Anna Maria Mozzoni e la lotta contro la prostituzione di stato , Editori Riuniti, 1980, con l’introduzione di Franca Pieroni Bortolotti

Una postfazione perché

Quando ho letto il manoscritto di Rina ho capito perché sembrasse a tutte tanto naturale, tanto appropriato all’attualità delle cose che si stavano discutendo – anche nelle più complicate assemblee di movimento – il suo frequente riferirsi alle donne che hanno lottato nell’Ottocento. Non c’era ombra di retorica, né rituale sorellanza, né odore di biblioteca nelle sue parole: ma linguaggio appassionato, vera comunicazione al di là del tempo, e studio severo.

Il manoscritto, dicevo, quando ancora portava un titolo (Chi è il prostituto?) provvisorio ma anche oggettivamente provocatorio nella sua fondatezza storica e sempre attuale. Non sono molti neppure oggi gli uomini che avrebbero il coraggio di ammettere quel che diversi relatori al secondo congresso internazionale della federazione abolizionista pure dichiararono esattamente cent’anni fa: “Siamo noi i prostituti”. Che Rina me l’abbia affidato, proprio perché non sono una studiosa, proprio perché non sono un lettore di casa editrice, proprio perché non appartengo a quel collettivo di via Pompeo Magno con il quale lei ha condiviso in questi anni la sua battaglia femminista, cioè per tutte ragioni “in negativo”, è sembrata a me una prova di amicizia e di fiducia. E anche un’occasione per esercitare quel “valorizzarsi tra donne”, al di fuori di schematismi di gruppo e con grande libertà di apporti, che non è poi l’aspetto più insignificante del modo che abbiamo oggi di stabilire rapporti nel e per il movimento delle donne. D’altra parte, il lavoro di Rina portava già questo segno. Perché la prima intuizione di una linea di ricerca le era venuta in seguito all’organizzazione di un convegno sulla prostituzione tenuto dal collettivo di via Pompeo Magno il 25 febbraio 1973 alla sala Beloch di Roma, per reagire prontamente – e, come abbiamo poi visto, mai definitivamente – ad una proposta di riapertura delle “case di tolleranza”. Gli interventi di Anna, di Matilde, di Giuseppina, di Paola, di Giovanna, di Julienne l’avevano confermata nella comune ipotesi che le radici esistenziali della nostra oppressione stanno nella sessualità, e che quindi questo è il terreno privilegiato della battaglia, dell’analisi, e della ricerca storica.

In un separatismo che sta nell’autonomia di giudizio, prima che nella pratica di movimento, e che non poteva non trovare sulla sua strada la grande Anna Maria. Bisogna scriverlo così, non per abitudine di movimento, ma perché così Rina parla della Mozzoni. E quando dice Giorgina devi capire che parla della Saffi, e Giuseppina è la Butler, e Malvina è Malvina Frank e Jesse è la White Mario e così via: ti dimentichi dei cappelloni e degli ombrellini che hai sempre mentalmente associato a queste ottocentesche compagne di lotta, le riscopri nella loro realtà e vicinanza. E allora non sarà presuntuoso aggiungere che il cammino di questo manoscritto, fino a farsi libro per tutte noi e opera di cultura per tutti, è dovuto anche alla fiducia di Marisa, di Franca, di Giovanna, di Cecilia, di Elsa, per dire soltanto di quelle di cui so. Quelle che operando in un giornale del movimento, nell’editoria, nella ricerca universitaria, nel mercato librario non concepiscono il loro lavoro come una fetta di emancipazione da strappare alla concorrenza, né il loro servizio come un sotterraneo e subalterno darsi-una-mano-tra-donne. Ma, appunto, come l’opportunità di valorizzare il lavoro di un’altra donna quando ha così chiari segni di generosità e di intelligenza di noi e delle cose.

Vania Chiurlotto, direttore di “Noi donne”

Giugno 1980

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immagine, Crystallized Books di Alexis Arnold

 

In laguna

febbraio 2, 2015

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Le carte di una vita diventano un problema di spazio, di polvere, di ingombro psicologico quando non hanno più una funzione né un valore d’uso. Allora puoi avere la tentazione della differenziata, in mancanza di un più teatrale falò. Io l’ho avuta questa tentazione, e tuttavia con la lusinga di pensare che forse queste carte hanno un significato che va al di là della mia persona. Dalla contraddizione mi ha fatto uscire il ricordo della mia cara Annarita Buttafuoco, che sempre esortava all’amore per la storia e che è stata un’infaticabile appassionata di archivi. Ho pensato allora di depositare queste carte in un luogo che avesse rispetto per la storia politica delle donne, che non coincidesse con il territorio in cui ho svolto la mia attività politica, che indicasse una specie di ritorno alle origini. Mi è venuta incontro l’immagine della biblioteca di rEsistenze che avevo visto alla Giudecca in occasione del passaggio a Venezia della Staffetta di donne contro la violenza sulle donne organizzata dall’Udi: mi è sembrato il posto giusto, le mani più capaci di ridare un ordine, una funzione e quindi un futuro a ciò che per me sarebbe solo un peso. Grazie. 

Vania Chiurlotto

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new-century Cara Barer“Abortiscano pure le italiane che lo vogliono, ma non facciano ricadere tale decisione, assolutamente di carat­tere intimo, sulla pelle del contribuente”: così scrive il signor Luigi Peteani di Novara in una lettera al «Corriere della Sera» di lunedì 24 aprile. E’ indignato, il signor Lui­gi, perché la legge approvata alla Camera e in discussione al Senato prevede all’articolo tre uno stanziamento di cin­quanta miliardi per i consultori. Lo invitiamo a leggersi l’intervista concessa dal ginecologo napoletano dottor Achille Della Ragione al giornalista de «La Stampa» Fran­cesco Santini (venerdì 28 aprile). Intervista prontamente e inutilmente smentita, appena il giovane ginecologo si è reso conto di averla fatta grossa: ha detto pubblicamente quello che molti medici pensano e fanno in tutta Italia.

Mettiamo in fila le sue più sfacciate dichiarazioni: “Sono diventato un intoccabile: fisco e magistratura non mi fan­no paura, l’aborto clandestino tesse trame sottili – Tra otto dieci mesi, con due miliardi in banca, smetto. Mi dedicherò ad un grande consultorio gratuito, la ricerca scien­tifica mi attrae – io non sono tenero, l’aborto è un atto violento, va sofferto, è bene che paghino — io faccio la parte del leone, i prezzi bassi (centomila lire) convogliano nel mio studio gran parte della domanda, ma, di certo, anche gli altri lavorano – A Napoli, sono certo, l’obiezione avrà successo. I medici rifiuteranno l’aborto, né le donne si presenteranno in ospedale, col rischio dl pubbli­cizzare l’interruzione di gravidanza”.

Chi non vuole la legge per ragioni di principio, di co­scienza, chi organizza le “marce per la vita” come il ve­scovo di Firenze, deve sapere che ha, gli piaccia o no, questi alleati. Il signor Luigi, il cittadino che paga le tasse, ci con­cede liberalmente di abortire – affari nostri – e ci man­da direttamente dal dottor Achille, il cittadino che non paga le tasse. Strenui difensori entrambi del portafoglio, temono una cosa sola: una legge che finanziando consul­tori pubblici ci consenta di evitare l’aborto, una legge che ci permetta di abortire nelle strutture sanitarie pubbliche gratuitamente, cioè a spese della collettività, e su nostra decisione. E’ contro questa gente, questi interessi e que­sta mentalità, che è necessario realizzare una grande uni­tà, di tutte le donne in primo luogo, per far approvare que­sta legge, per farla applicare in tutte le sue possibilità, per sconfiggere l’aborto come mezzo di controllo delle nascite.

Vania Chiurlotto

(Noi Donne – n.20 – 14 maggio 1978)

l’immagine è un’opera di Cara Barer

Bird. Scultura di Bronia Sawyer (Inghilterra 1982) realizzata con vecchi elenchi telefonici.Si sa che la parola ‘emancipazione’ non ha mai avuto buona stampa. Impossibile da scandire in una manifestazione, improbabile in uno slogan, imbarazzante nell’etimo che ti rimandava seccamente alla minorità e alla schiavitù, ambigua nelle immagini che evocava oscillanti tra il viriloide e lo spregiudicato, ha sempre richiesto specificazioni e interpretazioni politiche, fino alla sua difficile coniugazione con ‘liberazione’ (e? o? con il trattino? con la sbarretta? Ogni soluzione rimandava a diverse concezioni, pratiche di vita e di lotta politica). Un dibattito ormai datato, e tuttavia non concluso se l’affermazione che mi è capitato di fare in un gruppo di discussione alla prima tappa del XIII congresso dell’Udi, a Firenze, ha suscitato qualche eco e molti fraintendimenti.

Avevo detto – riprendendo peraltro il titolo di una serie di incontri organizzati qualche anno fa dal Centro studi Dwf di Roma nella Sala Anna Maria Mozzoni – che “ormai emancipate si nasce”.  Ritengo, mi pare perfino ovvio, che n egli anni ’70 si sia conclusa una lunga stagione politica, e si sia conclusa fruttuosamente.

‘Emancipate si nasce’ vuol dire non soltanto che sono cadute le discriminazioni formali, ma che sono avvenuti grandi spostamenti nella vita delle generazioni femminili. Per richiamarli, mi avvarrò a piene mani dei dati e delle considerazioni che Lorenza Zanuso colloca in appendice alla sua relazione  “Gli  studi sulla doppia presenza” in  La ricerca delle donne, Studi femministi in Italia, a cura di Maria Cristina Marcuzzo e Anna Rossi-Doria, 1987.

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Su Carta delle donne comuniste, 9 gennaio 1989

Nell’esprimere un giudizio su come il Pci ha deciso di modificare il proprio regolamento congressuale  ed in esso di mettere in atto meccanismi di garanzia per la rappresentanza femminile,  voglio tener fermo un punto ovvio ma che a me pare essenziale : si tratta di una questione che interessa e riguarda i comunisti e le comuniste. Non intendo con ciò svalutarla, naturalmente, ma determinare il campo all’interno del quale tale decisione  “fa questione” e genera dissensi e conflitti.

Non si tratta  cioè né delle regole proprie di un gruppo politico di donne, né di donne che agiscono e si rapportano fra loro in un sociale generico. Chi si iscrive al Pci intende agire in una istituzione in cui il progetto non è già dato, o è implicito, ma è anzi l’oggetto stesso della partecipazione: nel caso di quelle donne comuniste che hanno prioritario il senso dell’appartenenza politica al proprio sesso, ciò costituisce motivo di contraddizione permanente. Da questo punto di vista, la più ricca affermazione della Carta itinerante mi sembra quella iniziale, apparentemente la più banale: siamo donne comuniste.

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