lab-donnae-ottobre2014-0-2Ho sempre considerato una fortuna aver vissuto quella straordinaria intelligenza collettiva che abbiamo chiamato femminismo. Con Simonetta non ne ho condiviso soltanto la memoria. L’attualità di un’amicizia quotidiana mi ha fatto ammirare il rigore, la generosità, la lealtà nelle relazioni politiche, la tenerezza nei gesti, la sapienza e l’ironia della parola: il coraggio ogni giorno fino all’ultimo giorno.

Vania Chiurlotto

 Foto di Ilaria Scalmani, Laboratorio Donnae 2014 Roma

Gli occhi dell’albero

ottobre 28, 2015

 Cara-Barer 1

In cui si racconta come e perché nasce questo quaderno, perché l’abbiamo pensato come numero unico e non come numero zero di una rivista teorica impossibile e necessaria

L’idea e il bisogno di una “rivista teorica” circolano da molto tempo nell’Udi, da più di tre anni. Ma l’idea non doveva essere poi così chiara né il bisogno così profondo, se non hanno saputo trovare la strada della realtà. Le discussioni di questi tre anni – frammentarie, senza esiti visibili, limitate in pratica al gruppo della segreteria nazionale dell’Udi, ricorrenti e apparentemente inconcludenti – ci hanno fatto acquisire tuttavia un punto di consapevole lucidità. Che è questo: l’Udi nella sua forma storica istituzionale non potrà mai esprimere una “rivista teorica”.

Una rivista teorica, quale che sia il senso concreto di questa espressione, ci pareva potesse nascere solo da un’ipotesi di ricerca intorno alla quale si coagulano persone diverse che tra loro si scelgono, avendo in mente non di omologare le proprie diversità, ma di misurarle su quell’ipotesi, proprio per garantire la fruttuosità della ricerca. Una rivista teorica ci pareva poter trarre la propria legittimazione solo da sé, cioè dall’interesse che la ricerca suscita in primo luogo in chi la fa, e quindi dalla passione che quell’itinerario comunica in chi legge: una passione di lettura che fa vivere in chi vuole e può un bisogno, a sua volta, di studio, di intervento, di contributo, di scrittura. Una rivista teorica nasce da un punto zero della storia: nel senso che prima non c’era e poi c’è. Non prescinde dalla storia, ma non ne discende organicamente, non “viene da sé”, non è un lavoro o un compito fra i tanti. Per chi la fa, è un progetto, il progetto.

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“valorizzarsi tra donne”

ottobre 25, 2015

Crystallized Books — Alexis Arnold 

Postfazione di Vania Chiurlotto al saggio di Rina Macrelli L’indegna schiavitù. Anna Maria Mozzoni e la lotta contro la prostituzione di stato , Editori Riuniti, 1980, con l’introduzione di Franca Pieroni Bortolotti

Una postfazione perché

Quando ho letto il manoscritto di Rina ho capito perché sembrasse a tutte tanto naturale, tanto appropriato all’attualità delle cose che si stavano discutendo – anche nelle più complicate assemblee di movimento – il suo frequente riferirsi alle donne che hanno lottato nell’Ottocento. Non c’era ombra di retorica, né rituale sorellanza, né odore di biblioteca nelle sue parole: ma linguaggio appassionato, vera comunicazione al di là del tempo, e studio severo.

Il manoscritto, dicevo, quando ancora portava un titolo (Chi è il prostituto?) provvisorio ma anche oggettivamente provocatorio nella sua fondatezza storica e sempre attuale. Non sono molti neppure oggi gli uomini che avrebbero il coraggio di ammettere quel che diversi relatori al secondo congresso internazionale della federazione abolizionista pure dichiararono esattamente cent’anni fa: “Siamo noi i prostituti”. Che Rina me l’abbia affidato, proprio perché non sono una studiosa, proprio perché non sono un lettore di casa editrice, proprio perché non appartengo a quel collettivo di via Pompeo Magno con il quale lei ha condiviso in questi anni la sua battaglia femminista, cioè per tutte ragioni “in negativo”, è sembrata a me una prova di amicizia e di fiducia. E anche un’occasione per esercitare quel “valorizzarsi tra donne”, al di fuori di schematismi di gruppo e con grande libertà di apporti, che non è poi l’aspetto più insignificante del modo che abbiamo oggi di stabilire rapporti nel e per il movimento delle donne. D’altra parte, il lavoro di Rina portava già questo segno. Perché la prima intuizione di una linea di ricerca le era venuta in seguito all’organizzazione di un convegno sulla prostituzione tenuto dal collettivo di via Pompeo Magno il 25 febbraio 1973 alla sala Beloch di Roma, per reagire prontamente – e, come abbiamo poi visto, mai definitivamente – ad una proposta di riapertura delle “case di tolleranza”. Gli interventi di Anna, di Matilde, di Giuseppina, di Paola, di Giovanna, di Julienne l’avevano confermata nella comune ipotesi che le radici esistenziali della nostra oppressione stanno nella sessualità, e che quindi questo è il terreno privilegiato della battaglia, dell’analisi, e della ricerca storica.

In un separatismo che sta nell’autonomia di giudizio, prima che nella pratica di movimento, e che non poteva non trovare sulla sua strada la grande Anna Maria. Bisogna scriverlo così, non per abitudine di movimento, ma perché così Rina parla della Mozzoni. E quando dice Giorgina devi capire che parla della Saffi, e Giuseppina è la Butler, e Malvina è Malvina Frank e Jesse è la White Mario e così via: ti dimentichi dei cappelloni e degli ombrellini che hai sempre mentalmente associato a queste ottocentesche compagne di lotta, le riscopri nella loro realtà e vicinanza. E allora non sarà presuntuoso aggiungere che il cammino di questo manoscritto, fino a farsi libro per tutte noi e opera di cultura per tutti, è dovuto anche alla fiducia di Marisa, di Franca, di Giovanna, di Cecilia, di Elsa, per dire soltanto di quelle di cui so. Quelle che operando in un giornale del movimento, nell’editoria, nella ricerca universitaria, nel mercato librario non concepiscono il loro lavoro come una fetta di emancipazione da strappare alla concorrenza, né il loro servizio come un sotterraneo e subalterno darsi-una-mano-tra-donne. Ma, appunto, come l’opportunità di valorizzare il lavoro di un’altra donna quando ha così chiari segni di generosità e di intelligenza di noi e delle cose.

Vania Chiurlotto, direttore di “Noi donne”

Giugno 1980

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immagine, Crystallized Books di Alexis Arnold

 

In laguna

febbraio 2, 2015

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Le carte di una vita diventano un problema di spazio, di polvere, di ingombro psicologico quando non hanno più una funzione né un valore d’uso. Allora puoi avere la tentazione della differenziata, in mancanza di un più teatrale falò. Io l’ho avuta questa tentazione, e tuttavia con la lusinga di pensare che forse queste carte hanno un significato che va al di là della mia persona. Dalla contraddizione mi ha fatto uscire il ricordo della mia cara Annarita Buttafuoco, che sempre esortava all’amore per la storia e che è stata un’infaticabile appassionata di archivi. Ho pensato allora di depositare queste carte in un luogo che avesse rispetto per la storia politica delle donne, che non coincidesse con il territorio in cui ho svolto la mia attività politica, che indicasse una specie di ritorno alle origini. Mi è venuta incontro l’immagine della biblioteca di rEsistenze che avevo visto alla Giudecca in occasione del passaggio a Venezia della Staffetta di donne contro la violenza sulle donne organizzata dall’Udi: mi è sembrato il posto giusto, le mani più capaci di ridare un ordine, una funzione e quindi un futuro a ciò che per me sarebbe solo un peso. Grazie. 

Vania Chiurlotto

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Book Sculptures... by Bronia Sawyer.Tu sostieni che i rapporti tra donne quanto più sono positivi, autentici, tanto più sono ineffabili, indicibili. E’ un’opinione pericolosa, ma questo non impedirebbe che fosse vera. Proverò a dire anzitutto perché è pericolosa, poi perché non è vera. E’ pericolosa perché è sterile: essa stabilisce che il fine è irraggiungibile e ti esime così dall’esplorare i modi, i mezzi, le condizioni, dal verificare se e in quali circostanze può darsi tra donne una relazione significativa; essa consegna a priori al silenzio proprio ciò che è invece necessario – per me come per te – di nominare.

Se è vero (ipotizziamolo) che la misura del nostro rapporto con noi stesse e con il mondo non sono più gli uomini; se è vero (ammettiamolo) che i giudizi che contano per noi, che ci danno più soddisfazione o più patimento, sono quelli delle donne  che frequentiamo, significa che si è storicamente aperto uno spazio, di natura etica e politica, che non possiamo colmare sbrigativamente svilendo a ideologia concetti per sé nobili e ricchi: la solidarietà tra donne, l’affidamento, le differenze…

Le formule non danno ragione di tutto quello che esse lasciano fuori, e cioè dei rapporti concreti tra di noi, così segnati da ingombranti fantasmi ( di potere, di esclusivismo, di dipendenza, di mitizzazione, di inadeguatezza, di giudizi immaginari, di mancati riconoscimenti…) e in positivo da preziosi atti politici (l’ascolto, l’esserci, la disponibilità di sé, il farsi carico, l’ironia, il dono, il sostegno, l’allegria…).

C’è molto da nominare, non possiamo ritrarcene, pena l’infelicità e “la fatica solitaria di nominare politicamente la propria autonomia di soggetto, di testimoniare cioè ogni volta e volta per volta la propria esistenza sessuata” (Dwf n.4, Editoriale).

Devo partire dunque dal postulato che i rapporti sono dicibili, e finirò per dirli.

Vania Chiurlotto (scritto fine anni ‘80)

immagine Book Sculptures di  Bronia Sawyer.

new-century Cara Barer“Abortiscano pure le italiane che lo vogliono, ma non facciano ricadere tale decisione, assolutamente di carat­tere intimo, sulla pelle del contribuente”: così scrive il signor Luigi Peteani di Novara in una lettera al «Corriere della Sera» di lunedì 24 aprile. E’ indignato, il signor Lui­gi, perché la legge approvata alla Camera e in discussione al Senato prevede all’articolo tre uno stanziamento di cin­quanta miliardi per i consultori. Lo invitiamo a leggersi l’intervista concessa dal ginecologo napoletano dottor Achille Della Ragione al giornalista de «La Stampa» Fran­cesco Santini (venerdì 28 aprile). Intervista prontamente e inutilmente smentita, appena il giovane ginecologo si è reso conto di averla fatta grossa: ha detto pubblicamente quello che molti medici pensano e fanno in tutta Italia.

Mettiamo in fila le sue più sfacciate dichiarazioni: “Sono diventato un intoccabile: fisco e magistratura non mi fan­no paura, l’aborto clandestino tesse trame sottili – Tra otto dieci mesi, con due miliardi in banca, smetto. Mi dedicherò ad un grande consultorio gratuito, la ricerca scien­tifica mi attrae – io non sono tenero, l’aborto è un atto violento, va sofferto, è bene che paghino — io faccio la parte del leone, i prezzi bassi (centomila lire) convogliano nel mio studio gran parte della domanda, ma, di certo, anche gli altri lavorano – A Napoli, sono certo, l’obiezione avrà successo. I medici rifiuteranno l’aborto, né le donne si presenteranno in ospedale, col rischio dl pubbli­cizzare l’interruzione di gravidanza”.

Chi non vuole la legge per ragioni di principio, di co­scienza, chi organizza le “marce per la vita” come il ve­scovo di Firenze, deve sapere che ha, gli piaccia o no, questi alleati. Il signor Luigi, il cittadino che paga le tasse, ci con­cede liberalmente di abortire – affari nostri – e ci man­da direttamente dal dottor Achille, il cittadino che non paga le tasse. Strenui difensori entrambi del portafoglio, temono una cosa sola: una legge che finanziando consul­tori pubblici ci consenta di evitare l’aborto, una legge che ci permetta di abortire nelle strutture sanitarie pubbliche gratuitamente, cioè a spese della collettività, e su nostra decisione. E’ contro questa gente, questi interessi e que­sta mentalità, che è necessario realizzare una grande uni­tà, di tutte le donne in primo luogo, per far approvare que­sta legge, per farla applicare in tutte le sue possibilità, per sconfiggere l’aborto come mezzo di controllo delle nascite.

Vania Chiurlotto

(Noi Donne – n.20 – 14 maggio 1978)

l’immagine è un’opera di Cara Barer

Bird. Scultura di Bronia Sawyer (Inghilterra 1982) realizzata con vecchi elenchi telefonici.Si sa che la parola ‘emancipazione’ non ha mai avuto buona stampa. Impossibile da scandire in una manifestazione, improbabile in uno slogan, imbarazzante nell’etimo che ti rimandava seccamente alla minorità e alla schiavitù, ambigua nelle immagini che evocava oscillanti tra il viriloide e lo spregiudicato, ha sempre richiesto specificazioni e interpretazioni politiche, fino alla sua difficile coniugazione con ‘liberazione’ (e? o? con il trattino? con la sbarretta? Ogni soluzione rimandava a diverse concezioni, pratiche di vita e di lotta politica). Un dibattito ormai datato, e tuttavia non concluso se l’affermazione che mi è capitato di fare in un gruppo di discussione alla prima tappa del XIII congresso dell’Udi, a Firenze, ha suscitato qualche eco e molti fraintendimenti.

Avevo detto – riprendendo peraltro il titolo di una serie di incontri organizzati qualche anno fa dal Centro studi Dwf di Roma nella Sala Anna Maria Mozzoni – che “ormai emancipate si nasce”.  Ritengo, mi pare perfino ovvio, che n egli anni ’70 si sia conclusa una lunga stagione politica, e si sia conclusa fruttuosamente.

‘Emancipate si nasce’ vuol dire non soltanto che sono cadute le discriminazioni formali, ma che sono avvenuti grandi spostamenti nella vita delle generazioni femminili. Per richiamarli, mi avvarrò a piene mani dei dati e delle considerazioni che Lorenza Zanuso colloca in appendice alla sua relazione  “Gli  studi sulla doppia presenza” in  La ricerca delle donne, Studi femministi in Italia, a cura di Maria Cristina Marcuzzo e Anna Rossi-Doria, 1987.

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Su Carta delle donne comuniste, 9 gennaio 1989

Nell’esprimere un giudizio su come il Pci ha deciso di modificare il proprio regolamento congressuale  ed in esso di mettere in atto meccanismi di garanzia per la rappresentanza femminile,  voglio tener fermo un punto ovvio ma che a me pare essenziale : si tratta di una questione che interessa e riguarda i comunisti e le comuniste. Non intendo con ciò svalutarla, naturalmente, ma determinare il campo all’interno del quale tale decisione  “fa questione” e genera dissensi e conflitti.

Non si tratta  cioè né delle regole proprie di un gruppo politico di donne, né di donne che agiscono e si rapportano fra loro in un sociale generico. Chi si iscrive al Pci intende agire in una istituzione in cui il progetto non è già dato, o è implicito, ma è anzi l’oggetto stesso della partecipazione: nel caso di quelle donne comuniste che hanno prioritario il senso dell’appartenenza politica al proprio sesso, ciò costituisce motivo di contraddizione permanente. Da questo punto di vista, la più ricca affermazione della Carta itinerante mi sembra quella iniziale, apparentemente la più banale: siamo donne comuniste.

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L’eccezione e la regola

gennaio 4, 2014

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La scena si svolge nel deserto. Un mercante procede a tappe forzate perché se arriverà per primo a Urga, battendo i concorrenti, si assicurerà un lucroso affare. Ha con sé un unico portatore e lo maltratta e minaccia continuamente: sia per la fretta, sia perché si tratta di un poveraccio non difeso dal sindacato, sia perché la sua stessa crudeltà lo rende sempre più diffidente verso la tranquilla rassegnazione con la quale il portatore medesimo accetta tutte le angherie. Sono sfiniti, hanno smarrito la strada, il portatore si avvicina al mercante offrendogli da bere con una  borraccia, il mercante crede che si tratti di una grossa pietra, estrae la pistola e ammazza il portatore. In tribunale, il giudice emette la sentenza. «La corte considera come provato il fatto che il portatore non si è avvicinato al suo padrone con una pietra, ma con una borraccia…Il mercante e il portatore appartenevano a classi diverse, e il mercante doveva aspettarsi da lui il peggio. Non poteva credere a un atto di amicizia da parte del portatore che egli (come ha confessato) aveva sottoposto a maltrattamenti. La ragione lo avvertiva che stava correndo un grave pericolo. La completa solitudine in cui si trovava lo riempiva di logica preoccupazione… l’accusato quindi ha agito in stato di legittima difesa, e poco importa che fosse realmente minacciato o che semplicemente supponesse di esserlo: date le circostanze, doveva sentirsi in pericolo. L’accusato è pertanto assolto». La storia è di Bertolt Brecht, è una rappresentazione didattica e si intitola

L’eccezione e la regola. A me è sempre sembrata una parabola bellissima, oltre che sui rapporti tra le classi,  sui  rapporti fra i sessi. Gli uomini sanno di essere generalmente così odiosi nei loro rapporti con le donne da convincersi di essere odiati. Non possono credere in una volontà di amicizia tra pari, non possono aspettarsi  l’eccezione ma solo la regola.

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E’ colpa mia

settembre 13, 2013

libro di Jacqueline Rush Lee[…] L’istinto a colpevolizzarci, soprattutto quando si tratti dei figli, a far sempre comunque ricadere su di noi e solo su di noi la responsabilità di ogni atto. L’idea che la trasgressione più grossa, quella che non può passare impunita, quella che prima o poi si paga, sia l’allontanarsi da casa. […] lo ritroviamo nelle cose più piccole. Per esempio, di fronte al cattivo rendimento scolastico di un figlio, è normale che una madre al colloquio con i professori dica: «Sa, io lavoro…», e lo confessa appunto come un peccato.

È un atteggiamento autodistruttivo che dobbiamo sconfiggere in noi stesse, ma è anche uno di quei valori chiusi nella nostra subalternità che dobbiamo saper leggere: la capacità di farci carico delle cose, di non tirarcene mai fuori, di farci coinvolgere personalmente. Per questo motivo, forse, la maggior parte delle donne si sente estranea alla politica. Perché ci pare un aspetto della vita di fronte al quale non possiamo dire: «È colpa mia», del quale non possiamo farci personalmente e immediatamente carico. Non è così, sappiamo «con la testa» che non è così, ma è anche vero che se un cambiamento la politica deve fare è proprio quello di essere – o di tornare ad essere, com’è nei più vivi momenti della storia di un popolo – una dimensione della quale tutti possiamo assumerci la responsabilità.

Per le grandi scelte, naturalmente, ma anche per  costruire un mondo in cui non si possa dare che una  bimba muoia di disperazione e una madre – e lei soltanto – sappia dire: «È stata colpa mia».

Vania Chiurlotto

Noi donne –  n. 3 -18 gennaio 1980

l‘immagine è un’opera di  Jacqueline Rush Lee