a proposito della carta delle donne comuniste

gennaio 14, 2014

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Su Carta delle donne comuniste, 9 gennaio 1989

Nell’esprimere un giudizio su come il Pci ha deciso di modificare il proprio regolamento congressuale  ed in esso di mettere in atto meccanismi di garanzia per la rappresentanza femminile,  voglio tener fermo un punto ovvio ma che a me pare essenziale : si tratta di una questione che interessa e riguarda i comunisti e le comuniste. Non intendo con ciò svalutarla, naturalmente, ma determinare il campo all’interno del quale tale decisione  “fa questione” e genera dissensi e conflitti.

Non si tratta  cioè né delle regole proprie di un gruppo politico di donne, né di donne che agiscono e si rapportano fra loro in un sociale generico. Chi si iscrive al Pci intende agire in una istituzione in cui il progetto non è già dato, o è implicito, ma è anzi l’oggetto stesso della partecipazione: nel caso di quelle donne comuniste che hanno prioritario il senso dell’appartenenza politica al proprio sesso, ciò costituisce motivo di contraddizione permanente. Da questo punto di vista, la più ricca affermazione della Carta itinerante mi sembra quella iniziale, apparentemente la più banale: siamo donne comuniste.

Dall’esterno di quell’universo, ma non di quella storia, io vedo molte conseguenze positive della decisione presa dal Pci, che non interpreto né come un meccanismo di tutela né come un aspetto della politica delle donne.    Interpreto questo meccanismo – che dovrebbe portare ad avere negli organismi dirigenti, elette da comuniste e da comunisti, un numero di donne più proporzionato a quello delle iscritte – come una specie di condizione preliminare perché le donne comuniste possano sviluppare una politica di donne fra loro.

Gli aspetti positivi a mio giudizio sono:

1. Diminuisce il tasso di ipocrisia di un partito che da anni ormai dichiara di aver assunto nel suo patrimonio la contraddizione di sesso con dignità almeno pari a quella di classe, senza tirare le conseguenze più elementari sul piano della propria organizzazione interna. Mi pare di una fine e spero volontaria ironia la frase del documento congressuale: “Per garantire la realizzazione di tali obbiettivi appare opportuno  superare la prassi di affidarsi alla sola sensibilità politica”.

2. Aumenta per le comuniste la probabilità di trovare di fronte a sé una simile, anche nelle “istanze dirigenti” del partito, come già avviene sempre più frequentemente nella vita. E una simile investita di responsabilità, che ogni momento dovrà misurarsi ed essere misurata con la scelta di essere donna-comunista.

3. Aumenta la quantità delle dirigenti, con la possibilità di esprimere gli eventuali conflitti di interesse o di concezione. Non sono portata a concepire il conflitto tra donne come uno scopo, ma mi pare certo che ovunque le donne sono poche eccezioni, si sviluppa una comprensibile tendenza o alla difesa pregiudiziale o alla pregiudiziale severità di giudizio, perché quell’eccezione testimonia di tutto il genere.

4. Aumentano le possibilità – ma non certo automaticamente – che la differenza sessuale, la relazione tra donne, la pratica della disparità…si trasformino da prestito gergale di massa in materialità di rapporti, in conti teorici ravvicinati con la tradizione politica e culturale delle donne comuniste.

Giovanna Borrello, segretaria della sezione universitaria di Napoli del Pci, ne l’Unità del 9 dicembre scorso (giudicando che le quote “di per sé, anche al 50% non costituiscono uno strumento di trasformazione”) lamenta che la categoria della differenza sessuale introdotta nella Carta abbia subito variazioni e riduzioni. Uno dei motivi di quest’uso della differenza senza il suo pensiero va ricercato, a mio parere, proprio in una insufficiente analisi critica di quella tradizione.

Dire – come fa Borrello – che “rispetto alle esigenze, le donne oggi non costituiscono più un soggetto emarginato” senza introdurre l’idea che ciò non è avvenuto per naturale evoluzione della società, ma che si è trattato di un processo innervato da una soggettività politica femminile (agìta dal movimento di emancipazione, dal femminismo, ma anche dalle comuniste in prima persona), ebbene, non costituisce solo un rituale di mancato riconoscimento. E’ un’omissione che ha delle conseguenze.

Chi ha voluto introdurre nella Carta la categoria della differenza lo ha fatto perché sapeva di rivolgersi a proprie simili, a donne che avevano un  patrimonio, un’esperienza, una storia politica, che le rendeva più pronte – in ogni caso più reattive – a percepire il senso di quella categoria e di quella pratica. C’erano arrivate attraverso  processi sicuramente spuri, illusioni mal poste, mediazioni spesso scambiate per sostanza, conflitti più interni ma non meno degni e forti di quelli che ora appaiono alla luce del sole.

E’ augurabile, naturalmente, che altre generazioni  di donne non debbano rifare gli stessi passi, ma non si può fare finta che ognuna di noi – comunista o no – non abbia alle spalle una storia simile. Non si tratta di occultarla come un errore di gioventù, ma di darle  significato. Altrimenti rimane indimostrato quanto sostiene Giovanna Borrello: “La relazione tra donne è entrata per la prima volta nella cultura politica del Pci con la  Carta delle donne, ma si è confusa con altre pratiche e linee politiche. Come mai? Eppure non ha bisogno di ulteriori mediazioni. Essa si muove direttamente nell’organizzazione mista, non in un percorso parallelo. E separato”.

E’ sicuro? Eppure è nata in un percorso separato, separatista addirittura.

Vania Chiurlotto

l’immagine è un’opera di Francisca Prieto

 

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