Gli occhi dell’albero

ottobre 28, 2015

 Cara-Barer 1

In cui si racconta come e perché nasce questo quaderno, perché l’abbiamo pensato come numero unico e non come numero zero di una rivista teorica impossibile e necessaria

L’idea e il bisogno di una “rivista teorica” circolano da molto tempo nell’Udi, da più di tre anni. Ma l’idea non doveva essere poi così chiara né il bisogno così profondo, se non hanno saputo trovare la strada della realtà. Le discussioni di questi tre anni – frammentarie, senza esiti visibili, limitate in pratica al gruppo della segreteria nazionale dell’Udi, ricorrenti e apparentemente inconcludenti – ci hanno fatto acquisire tuttavia un punto di consapevole lucidità. Che è questo: l’Udi nella sua forma storica istituzionale non potrà mai esprimere una “rivista teorica”.

Una rivista teorica, quale che sia il senso concreto di questa espressione, ci pareva potesse nascere solo da un’ipotesi di ricerca intorno alla quale si coagulano persone diverse che tra loro si scelgono, avendo in mente non di omologare le proprie diversità, ma di misurarle su quell’ipotesi, proprio per garantire la fruttuosità della ricerca. Una rivista teorica ci pareva poter trarre la propria legittimazione solo da sé, cioè dall’interesse che la ricerca suscita in primo luogo in chi la fa, e quindi dalla passione che quell’itinerario comunica in chi legge: una passione di lettura che fa vivere in chi vuole e può un bisogno, a sua volta, di studio, di intervento, di contributo, di scrittura. Una rivista teorica nasce da un punto zero della storia: nel senso che prima non c’era e poi c’è. Non prescinde dalla storia, ma non ne discende organicamente, non “viene da sé”, non è un lavoro o un compito fra i tanti. Per chi la fa, è un progetto, il progetto.

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“valorizzarsi tra donne”

ottobre 25, 2015

Crystallized Books — Alexis Arnold 

Postfazione di Vania Chiurlotto al saggio di Rina Macrelli L’indegna schiavitù. Anna Maria Mozzoni e la lotta contro la prostituzione di stato , Editori Riuniti, 1980, con l’introduzione di Franca Pieroni Bortolotti

Una postfazione perché

Quando ho letto il manoscritto di Rina ho capito perché sembrasse a tutte tanto naturale, tanto appropriato all’attualità delle cose che si stavano discutendo – anche nelle più complicate assemblee di movimento – il suo frequente riferirsi alle donne che hanno lottato nell’Ottocento. Non c’era ombra di retorica, né rituale sorellanza, né odore di biblioteca nelle sue parole: ma linguaggio appassionato, vera comunicazione al di là del tempo, e studio severo.

Il manoscritto, dicevo, quando ancora portava un titolo (Chi è il prostituto?) provvisorio ma anche oggettivamente provocatorio nella sua fondatezza storica e sempre attuale. Non sono molti neppure oggi gli uomini che avrebbero il coraggio di ammettere quel che diversi relatori al secondo congresso internazionale della federazione abolizionista pure dichiararono esattamente cent’anni fa: “Siamo noi i prostituti”. Che Rina me l’abbia affidato, proprio perché non sono una studiosa, proprio perché non sono un lettore di casa editrice, proprio perché non appartengo a quel collettivo di via Pompeo Magno con il quale lei ha condiviso in questi anni la sua battaglia femminista, cioè per tutte ragioni “in negativo”, è sembrata a me una prova di amicizia e di fiducia. E anche un’occasione per esercitare quel “valorizzarsi tra donne”, al di fuori di schematismi di gruppo e con grande libertà di apporti, che non è poi l’aspetto più insignificante del modo che abbiamo oggi di stabilire rapporti nel e per il movimento delle donne. D’altra parte, il lavoro di Rina portava già questo segno. Perché la prima intuizione di una linea di ricerca le era venuta in seguito all’organizzazione di un convegno sulla prostituzione tenuto dal collettivo di via Pompeo Magno il 25 febbraio 1973 alla sala Beloch di Roma, per reagire prontamente – e, come abbiamo poi visto, mai definitivamente – ad una proposta di riapertura delle “case di tolleranza”. Gli interventi di Anna, di Matilde, di Giuseppina, di Paola, di Giovanna, di Julienne l’avevano confermata nella comune ipotesi che le radici esistenziali della nostra oppressione stanno nella sessualità, e che quindi questo è il terreno privilegiato della battaglia, dell’analisi, e della ricerca storica.

In un separatismo che sta nell’autonomia di giudizio, prima che nella pratica di movimento, e che non poteva non trovare sulla sua strada la grande Anna Maria. Bisogna scriverlo così, non per abitudine di movimento, ma perché così Rina parla della Mozzoni. E quando dice Giorgina devi capire che parla della Saffi, e Giuseppina è la Butler, e Malvina è Malvina Frank e Jesse è la White Mario e così via: ti dimentichi dei cappelloni e degli ombrellini che hai sempre mentalmente associato a queste ottocentesche compagne di lotta, le riscopri nella loro realtà e vicinanza. E allora non sarà presuntuoso aggiungere che il cammino di questo manoscritto, fino a farsi libro per tutte noi e opera di cultura per tutti, è dovuto anche alla fiducia di Marisa, di Franca, di Giovanna, di Cecilia, di Elsa, per dire soltanto di quelle di cui so. Quelle che operando in un giornale del movimento, nell’editoria, nella ricerca universitaria, nel mercato librario non concepiscono il loro lavoro come una fetta di emancipazione da strappare alla concorrenza, né il loro servizio come un sotterraneo e subalterno darsi-una-mano-tra-donne. Ma, appunto, come l’opportunità di valorizzare il lavoro di un’altra donna quando ha così chiari segni di generosità e di intelligenza di noi e delle cose.

Vania Chiurlotto, direttore di “Noi donne”

Giugno 1980

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immagine, Crystallized Books di Alexis Arnold