di Vania Chiurlotto

Tu sostieni che i rapporti tra donne quanto più sono positivi, autentici, tanto più sono ineffabili, indicibili. E’ un’opinione pericolosa, ma questo non impedirebbe che fosse vera. Proverò a dire anzitutto perché è pericolosa, poi perché non è vera. E’ pericolosa perché è sterile: essa stabilisce che il fine è irraggiungibile e ti esime così dall’esplorare i modi, i mezzi, le condizioni, dal verificare se e in quali circostanze può darsi tra donne una relazione significativa; essa consegna a priori al silenzio proprio ciò che è invece necessario – per me come per te – di nominare.

Se è vero (ipotizziamolo) che la misura del nostro rapporto con noi stesse e con il mondo non sono più gli uomini; se è vero (ammettiamolo) che i giudizi che contano per noi, che ci danno più soddisfazione o più patimento, sono quelli delle donne  che frequentiamo, significa che si è storicamente aperto uno spazio, di natura etica e politica, che non possiamo colmare sbrigativamente svilendo a ideologia concetti per sé nobili e ricchi: la solidarietà tra donne, l’affidamento, le differenze…

Le formule non danno ragione di tutto quello che esse lasciano fuori, e cioè dei rapporti concreti tra di noi, così segnati da ingombranti fantasmi ( di potere, di esclusivismo, di dipendenza, di mitizzazione, di inadeguatezza, di giudizi immaginari, di mancati riconoscimenti…) e in positivo da preziosi atti politici (l’ascolto, l’esserci, la disponibilità di sé, il farsi carico, l’ironia, il dono, il sostegno, l’allegria…).

C’è molto da nominare, non possiamo ritrarcene, pena l’infelicità e “la fatica solitaria di nominare politicamente la propria autonomia di soggetto, di testimoniare cioè ogni volta e volta per volta la propria esistenza sessuata” (Dwf n.4, Editoriale).

Devo partire dunque dal postulato che i rapporti sono dicibili, e finirò per dirli.

 (scritto fine anni ‘80)

immagine, origami di Liz Hamman 

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Ho riaperto per caso una vecchia cartellina e ne è uscito un testo che non sapevo di possedere. E’ un intervento di Elena Gentili a un convegno di lesbiche femministe. Non compare la data, non c’è titolo. Voglio trascriverlo e metterlo a disposizione perché spero che qualche compagna rammenti la circostanza e voglia comunicare questi dati, ora che non c’è più la donna che di sicuro li avrebbe ricordati. Ma soprattutto perché mi pare che le parole di Elena esprimano una concezione e un’esperienza di vita e di rapporti che illuminano di senso l’esistenza di ogni donna.
Chi voglia sapere di più su Elena Gentili, vada sul blog di Simonetta Spinelli.

 

Chiedersi se il lesbismo non ha storia sociale quando non ci si riferisce all’accreditamento da parte del potere, che non mi pare tema specifico del convegno, significa tentare un’indagine che, al contrario di quella quantitativa, sveli una storia delle idee, i segreti movimenti del pensiero, le sue evoluzioni, le sue lotte, i suoi valori e perciò anche le sue memorie. Questo tipo di indagine è singolare perché affronta uno strano campo di riflessione, quello in cui i discorsi non si accontentano più di essere parlati e descritti, quello in cui tutte le parole hanno un senso ad un tempo familiare ed enigmatico e, soprattutto, quello in cui questi segreti movimenti del pensiero sono, sia pure in vari dialetti, sulla bocca di tutte le donne lesbiche.
Li ho chiamati segreti movimenti del pensiero volendoli definire così non in relazione alla loro diffusione sociale, né al pudore che vela l’intimità, problemi che non sottovaluto ma che non affronto in questa improvvisata riflessione, ma piuttosto in base al fatto che non hanno preso la forma di grandi enunciati. Non si sono infatti chiamati, ad esempio, economia, filosofia, psicanalisi.
Questo però non vuole significare potersi sottrarre alla necessità di un sistema di riferimenti e di riflessioni che, nell’affrontare temi specifici e parziali, anche all’interno del lesbismo, non intenda costruire una trama di nessi, interpretazioni e invenzioni che vengano nominate.
Uso nominare nel senso di autolegittimarsi e quindi di fondare una struttura di linguaggio che risponda, non al morire di definizioni, ma alla concettualizzazione dell’essere soggetto donna, e perciò fuori del mutismo, abitante dell’espressione, frequentatrice semmai, spero disaffezionata, dell’errore piuttosto che dell’obbedienza.
Di conseguenza, nominare il lesbismo non può voler dire per me l’obbligo di fare casistiche e definizioni, ragionare per opposizione, cimentarsi nei confronti, nel conto delle vittorie o delle perdite. Nominarlo è formulare la sua esperienza, le sue geometrie e fantasie interiori, le sue strutture anche in relazione al mondo. Questo mi sembra altro dal dovere di spiegarlo al mondo, o di spiegare il mondo.
Ora, un dato di queste coordinate interiori mi sembra sia che i rapporti lesbici hanno un connotato speciale: sono fondati sulla somiglianza. Sul piano della realtà, dell’etica e della politica dei rapporti questo non è un fatto da poco, ma caratteristica fondante di questi rapporti.
Con somiglianza voglio specificare che un rapporto lesbico ha un desiderio e una concezione sociale della sessualità che non si fonda su quella disuguaglianza iscritta invece nella concezione sociale e del desiderio, della mascolinità e femminilità.
Essere fisicamente simili non rimane fatto fine a se stesso. Un desiderio suggerito da una somiglianza passa da percezioni e aspirazioni che fondano uno statuto della conoscenza necessariamente diverso rispetto alla relazione che si ha con la realtà e con l’immaginario, con l’onnipotenza o con la perdita di sé, con il costruire le proprie occasioni e con il saperle riconoscere. E’ la concezione di somiglianza che apre la sfida delle differenze. E’ un percorso contrario a quello che dalla diversità deve cercare quel punto di somiglianza e comunicazione che spesso fa esorcizzare la diversità al prezzo, conosciuto da ogni donna, di dover restringere il desiderio fra le ragioni dell’uguaglianza e quelle della parità. Io non voglio, e non so stabilire, le gerarchie dei valori di questi due percorsi, ma del resto ho detto prima che importante per noi è formulare le esperienze, nel senso di indagarle e nominarle, e quindi di trovarne le caratteristiche fondanti.
Il gioco delle differenze che si apre proprio all’interno di questa somiglianza è tutt’altro da un rapporto speculare ed è una grande sfida di sentimenti e di conoscenza. E’ questo che, secondo me, dovrebbe tentare la consapevolezza femminile di tutte, la tentazione cioè non sta, come si sospetta semplicisticamente, in un rapporto d’amore con una donna, ma nel sottrarsi al depauperamento che svilisce ogni rapporto anche d’amicizia fra donne come rapporto privo di qualunque connotazione di sessualità-sensualità, e quindi con sbocchi e modalità sovradeterminati, violazione profonda che rende deforme un soggetto perché ne vincola il libero e autonomo sviluppo.
I due percorsi che prima accennavo, quello derivato dalla somiglianza e quello derivato dalla diversità, significano anche miscelare aree di appartenenza e quindi interessi e piaceri che del resto si pongono in un modo ineliminabile dalla parte dei desideri e delle necessità.
Per me il percorso lesbico e femminista è stato non solo un grande immaginario di modificazione sociale e culturale, e quindi di me come soggetto di vita e di conoscenza, ma anche indissolubilmente una realtà quotidiana in cui prendevano corpo interessi, abitudini, interpretazioni fino a strutturarsi in un habitat del femminile, in una socialità che avrebbe preteso il non occultamento. La delusione, le cadute, le discontinuità che sono nei rapporti d’amore, d’amicizia, politici, le diffidenze, i sospetti di potere, i conflitti che si determinano non mi fanno così tanta paura se non quando penso che siano sparizione di coscienza e quindi del senso politico che attribuivamo alla vita e alla volontà di sapere e di rischiare.
Se invece mi appaiono come sintomi del reale di un soggetto, devo dire che non mi pare così miserevole non essere sante. La necessità di fondare e rintracciare un’etica non è imparentata con la sublimazione. Ciò non toglie che non considero indecente che circolino giudizi e considerazioni fra noi. Indagare le ragioni di una passione, di una fragilità, di una mancanza non può voler dire appiattire, assolvere, tollerare e non esclude di esigere.
L’identità interiore e sociale che forma un soggetto ha già in sé i propri conflitti. Quindi in un rapporto lesbico l’immagine di ognuna è di per sé una problematica di potere nello stesso tempo in cui è fantastico accadimento di seduzione.
La pretesa che le differenze dell’altra siano funzionali alla nostra costruzione di forza, e quindi in qualche modo siano nel territorio del nostro dominio e delle nostre proiezioni, ci ghettizza alle dinamiche del conflitto. La contraddizione che si vive fra il privato e il sociale può addirittura, spesso, far confondere gli ambiti, volendo tutta l’accettazione nel rapporto e trasferendovi le voglie di riscatto, o separandolo totalmente dal resto del mondo perché rimanga scenario intoccato, quasi debba essere la prova che l’impossibile accade. Invece l’impossibile non accade, serve intelligenza, comunicazione, ironia, esperienza e molta tenuta rispetto alla sofferenza, all’infelicità e soprattutto all’interpretazione della propria solitudine. La realtà di un’etica è la politica della volontà e della sfida. Non è l’etica per definizione, il lesbismo, perché non è l’indicazione morale, non ha all’interno dei suoi rapporti un decalogo etico assodato e dominante che offre garanzie, ma questo non può significare né per la cultura del femminile, né all’interno dei rapporti lesbici, concludere il pasticciaccio del disvalore.
Se io voglio cogliere il segreto del corpo che desidero, devo ricordarmi che è il mio segreto che devo nominare e per farlo devo avere memoria, volontà, irriducibilità, generosità e compagne di percorso.
Ognuna di noi può sottrarsi alla lettura conturbante di se stessa, ma in questo caso abbia l’etica decenza di guardarsi come si guarda l’impossibile che rimane tale, senza voler togliere alle altre l’eccesso dell’accadimento.
Elena