di Vania Chiurlotto

Tu sostieni che i rapporti tra donne quanto più sono positivi, autentici, tanto più sono ineffabili, indicibili. E’ un’opinione pericolosa, ma questo non impedirebbe che fosse vera. Proverò a dire anzitutto perché è pericolosa, poi perché non è vera. E’ pericolosa perché è sterile: essa stabilisce che il fine è irraggiungibile e ti esime così dall’esplorare i modi, i mezzi, le condizioni, dal verificare se e in quali circostanze può darsi tra donne una relazione significativa; essa consegna a priori al silenzio proprio ciò che è invece necessario – per me come per te – di nominare.

Se è vero (ipotizziamolo) che la misura del nostro rapporto con noi stesse e con il mondo non sono più gli uomini; se è vero (ammettiamolo) che i giudizi che contano per noi, che ci danno più soddisfazione o più patimento, sono quelli delle donne  che frequentiamo, significa che si è storicamente aperto uno spazio, di natura etica e politica, che non possiamo colmare sbrigativamente svilendo a ideologia concetti per sé nobili e ricchi: la solidarietà tra donne, l’affidamento, le differenze…

Le formule non danno ragione di tutto quello che esse lasciano fuori, e cioè dei rapporti concreti tra di noi, così segnati da ingombranti fantasmi ( di potere, di esclusivismo, di dipendenza, di mitizzazione, di inadeguatezza, di giudizi immaginari, di mancati riconoscimenti…) e in positivo da preziosi atti politici (l’ascolto, l’esserci, la disponibilità di sé, il farsi carico, l’ironia, il dono, il sostegno, l’allegria…).

C’è molto da nominare, non possiamo ritrarcene, pena l’infelicità e “la fatica solitaria di nominare politicamente la propria autonomia di soggetto, di testimoniare cioè ogni volta e volta per volta la propria esistenza sessuata” (Dwf n.4, Editoriale).

Devo partire dunque dal postulato che i rapporti sono dicibili, e finirò per dirli.

 (scritto fine anni ‘80)

immagine, origami di Liz Hamman 

Annunci

lab-donnae-ottobre2014-0-2Ho sempre considerato una fortuna aver vissuto quella straordinaria intelligenza collettiva che abbiamo chiamato femminismo. Con Simonetta non ne ho condiviso soltanto la memoria. L’attualità di un’amicizia quotidiana mi ha fatto ammirare il rigore, la generosità, la lealtà nelle relazioni politiche, la tenerezza nei gesti, la sapienza e l’ironia della parola: il coraggio ogni giorno fino all’ultimo giorno.

Vania Chiurlotto

 Foto di Ilaria Scalmani, Laboratorio Donnae 2014 Roma

La sfoglia politica

agosto 18, 2013

Jacqueline Rush Lee[…] Ci chiamavamo «amiche». Amiche di chi, non è mai stato chiaro. L’appellativo veniva usato in circostanze precise: poteva essere l‘incipit di una lettera, di una riunione, di un’assemblea pubblica.

«Care amiche» si adoperava cioè o nei rapporti for­malizzati – scambio di lettere e circolari fra organismo nazionale e organismo provinciale, fra organismo provinciale e circolo territoriale; apertura di relazione, intervento, conclusione – oppure con le sconosciute.

Sconosciute alle quali si mandava, fin dalla formula iniziale, un messaggio politico complesso: «cara signora» avrebbe sot­tolineato la distanza, avrebbe dato al rapporto un’aura piccolo borghese, avrebbe creato l’inevitabile pasticcio signora-signori­na, al plurale sarebbe suonato arrogante e perfino sarcastico; «cara compagna» che si usava allora solo e rigorosamente nei rapporti di partito fra iscritte, sottolineando la classe avrebbe contraddetto la stessa ragion d’essere dell’Udi, avrebbe infasti­dito per la sua connotazione politica chi non si riconosceva nella sinistra, avrebbe alimentato pericolose confusioni tra sedi e perfino gerarchie diverse come un abuso di titolo o un’appro­priazione indebita.

Leggi il seguito di questo post »