di Vania Chiurlotto

Tu sostieni che i rapporti tra donne quanto più sono positivi, autentici, tanto più sono ineffabili, indicibili. E’ un’opinione pericolosa, ma questo non impedirebbe che fosse vera. Proverò a dire anzitutto perché è pericolosa, poi perché non è vera. E’ pericolosa perché è sterile: essa stabilisce che il fine è irraggiungibile e ti esime così dall’esplorare i modi, i mezzi, le condizioni, dal verificare se e in quali circostanze può darsi tra donne una relazione significativa; essa consegna a priori al silenzio proprio ciò che è invece necessario – per me come per te – di nominare.

Se è vero (ipotizziamolo) che la misura del nostro rapporto con noi stesse e con il mondo non sono più gli uomini; se è vero (ammettiamolo) che i giudizi che contano per noi, che ci danno più soddisfazione o più patimento, sono quelli delle donne  che frequentiamo, significa che si è storicamente aperto uno spazio, di natura etica e politica, che non possiamo colmare sbrigativamente svilendo a ideologia concetti per sé nobili e ricchi: la solidarietà tra donne, l’affidamento, le differenze…

Le formule non danno ragione di tutto quello che esse lasciano fuori, e cioè dei rapporti concreti tra di noi, così segnati da ingombranti fantasmi ( di potere, di esclusivismo, di dipendenza, di mitizzazione, di inadeguatezza, di giudizi immaginari, di mancati riconoscimenti…) e in positivo da preziosi atti politici (l’ascolto, l’esserci, la disponibilità di sé, il farsi carico, l’ironia, il dono, il sostegno, l’allegria…).

C’è molto da nominare, non possiamo ritrarcene, pena l’infelicità e “la fatica solitaria di nominare politicamente la propria autonomia di soggetto, di testimoniare cioè ogni volta e volta per volta la propria esistenza sessuata” (Dwf n.4, Editoriale).

Devo partire dunque dal postulato che i rapporti sono dicibili, e finirò per dirli.

 (scritto fine anni ‘80)

immagine, origami di Liz Hamman 

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In laguna

febbraio 2, 2015

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Le carte di una vita diventano un problema di spazio, di polvere, di ingombro psicologico quando non hanno più una funzione né un valore d’uso. Allora puoi avere la tentazione della differenziata, in mancanza di un più teatrale falò. Io l’ho avuta questa tentazione, e tuttavia con la lusinga di pensare che forse queste carte hanno un significato che va al di là della mia persona. Dalla contraddizione mi ha fatto uscire il ricordo della mia cara Annarita Buttafuoco, che sempre esortava all’amore per la storia e che è stata un’infaticabile appassionata di archivi. Ho pensato allora di depositare queste carte in un luogo che avesse rispetto per la storia politica delle donne, che non coincidesse con il territorio in cui ho svolto la mia attività politica, che indicasse una specie di ritorno alle origini. Mi è venuta incontro l’immagine della biblioteca di rEsistenze che avevo visto alla Giudecca in occasione del passaggio a Venezia della Staffetta di donne contro la violenza sulle donne organizzata dall’Udi: mi è sembrato il posto giusto, le mani più capaci di ridare un ordine, una funzione e quindi un futuro a ciò che per me sarebbe solo un peso. Grazie. 

Vania Chiurlotto

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Bird. Scultura di Bronia Sawyer (Inghilterra 1982) realizzata con vecchi elenchi telefonici.Si sa che la parola ‘emancipazione’ non ha mai avuto buona stampa. Impossibile da scandire in una manifestazione, improbabile in uno slogan, imbarazzante nell’etimo che ti rimandava seccamente alla minorità e alla schiavitù, ambigua nelle immagini che evocava oscillanti tra il viriloide e lo spregiudicato, ha sempre richiesto specificazioni e interpretazioni politiche, fino alla sua difficile coniugazione con ‘liberazione’ (e? o? con il trattino? con la sbarretta? Ogni soluzione rimandava a diverse concezioni, pratiche di vita e di lotta politica). Un dibattito ormai datato, e tuttavia non concluso se l’affermazione che mi è capitato di fare in un gruppo di discussione alla prima tappa del XIII congresso dell’Udi, a Firenze, ha suscitato qualche eco e molti fraintendimenti.

Avevo detto – riprendendo peraltro il titolo di una serie di incontri organizzati qualche anno fa dal Centro studi Dwf di Roma nella Sala Anna Maria Mozzoni – che “ormai emancipate si nasce”.  Ritengo, mi pare perfino ovvio, che n egli anni ’70 si sia conclusa una lunga stagione politica, e si sia conclusa fruttuosamente.

‘Emancipate si nasce’ vuol dire non soltanto che sono cadute le discriminazioni formali, ma che sono avvenuti grandi spostamenti nella vita delle generazioni femminili. Per richiamarli, mi avvarrò a piene mani dei dati e delle considerazioni che Lorenza Zanuso colloca in appendice alla sua relazione  “Gli  studi sulla doppia presenza” in  La ricerca delle donne, Studi femministi in Italia, a cura di Maria Cristina Marcuzzo e Anna Rossi-Doria, 1987.

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Su Carta delle donne comuniste, 9 gennaio 1989

Nell’esprimere un giudizio su come il Pci ha deciso di modificare il proprio regolamento congressuale  ed in esso di mettere in atto meccanismi di garanzia per la rappresentanza femminile,  voglio tener fermo un punto ovvio ma che a me pare essenziale : si tratta di una questione che interessa e riguarda i comunisti e le comuniste. Non intendo con ciò svalutarla, naturalmente, ma determinare il campo all’interno del quale tale decisione  “fa questione” e genera dissensi e conflitti.

Non si tratta  cioè né delle regole proprie di un gruppo politico di donne, né di donne che agiscono e si rapportano fra loro in un sociale generico. Chi si iscrive al Pci intende agire in una istituzione in cui il progetto non è già dato, o è implicito, ma è anzi l’oggetto stesso della partecipazione: nel caso di quelle donne comuniste che hanno prioritario il senso dell’appartenenza politica al proprio sesso, ciò costituisce motivo di contraddizione permanente. Da questo punto di vista, la più ricca affermazione della Carta itinerante mi sembra quella iniziale, apparentemente la più banale: siamo donne comuniste.

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L’eccezione e la regola

gennaio 4, 2014

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La scena si svolge nel deserto. Un mercante procede a tappe forzate perché se arriverà per primo a Urga, battendo i concorrenti, si assicurerà un lucroso affare. Ha con sé un unico portatore e lo maltratta e minaccia continuamente: sia per la fretta, sia perché si tratta di un poveraccio non difeso dal sindacato, sia perché la sua stessa crudeltà lo rende sempre più diffidente verso la tranquilla rassegnazione con la quale il portatore medesimo accetta tutte le angherie. Sono sfiniti, hanno smarrito la strada, il portatore si avvicina al mercante offrendogli da bere con una  borraccia, il mercante crede che si tratti di una grossa pietra, estrae la pistola e ammazza il portatore. In tribunale, il giudice emette la sentenza. «La corte considera come provato il fatto che il portatore non si è avvicinato al suo padrone con una pietra, ma con una borraccia…Il mercante e il portatore appartenevano a classi diverse, e il mercante doveva aspettarsi da lui il peggio. Non poteva credere a un atto di amicizia da parte del portatore che egli (come ha confessato) aveva sottoposto a maltrattamenti. La ragione lo avvertiva che stava correndo un grave pericolo. La completa solitudine in cui si trovava lo riempiva di logica preoccupazione… l’accusato quindi ha agito in stato di legittima difesa, e poco importa che fosse realmente minacciato o che semplicemente supponesse di esserlo: date le circostanze, doveva sentirsi in pericolo. L’accusato è pertanto assolto». La storia è di Bertolt Brecht, è una rappresentazione didattica e si intitola

L’eccezione e la regola. A me è sempre sembrata una parabola bellissima, oltre che sui rapporti tra le classi,  sui  rapporti fra i sessi. Gli uomini sanno di essere generalmente così odiosi nei loro rapporti con le donne da convincersi di essere odiati. Non possono credere in una volontà di amicizia tra pari, non possono aspettarsi  l’eccezione ma solo la regola.

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E’ colpa mia

settembre 13, 2013

libro di Jacqueline Rush Lee[…] L’istinto a colpevolizzarci, soprattutto quando si tratti dei figli, a far sempre comunque ricadere su di noi e solo su di noi la responsabilità di ogni atto. L’idea che la trasgressione più grossa, quella che non può passare impunita, quella che prima o poi si paga, sia l’allontanarsi da casa. […] lo ritroviamo nelle cose più piccole. Per esempio, di fronte al cattivo rendimento scolastico di un figlio, è normale che una madre al colloquio con i professori dica: «Sa, io lavoro…», e lo confessa appunto come un peccato.

È un atteggiamento autodistruttivo che dobbiamo sconfiggere in noi stesse, ma è anche uno di quei valori chiusi nella nostra subalternità che dobbiamo saper leggere: la capacità di farci carico delle cose, di non tirarcene mai fuori, di farci coinvolgere personalmente. Per questo motivo, forse, la maggior parte delle donne si sente estranea alla politica. Perché ci pare un aspetto della vita di fronte al quale non possiamo dire: «È colpa mia», del quale non possiamo farci personalmente e immediatamente carico. Non è così, sappiamo «con la testa» che non è così, ma è anche vero che se un cambiamento la politica deve fare è proprio quello di essere – o di tornare ad essere, com’è nei più vivi momenti della storia di un popolo – una dimensione della quale tutti possiamo assumerci la responsabilità.

Per le grandi scelte, naturalmente, ma anche per  costruire un mondo in cui non si possa dare che una  bimba muoia di disperazione e una madre – e lei soltanto – sappia dire: «È stata colpa mia».

Vania Chiurlotto

Noi donne –  n. 3 -18 gennaio 1980

l‘immagine è un’opera di  Jacqueline Rush Lee

La sfoglia politica

agosto 18, 2013

Jacqueline Rush Lee[…] Ci chiamavamo «amiche». Amiche di chi, non è mai stato chiaro. L’appellativo veniva usato in circostanze precise: poteva essere l‘incipit di una lettera, di una riunione, di un’assemblea pubblica.

«Care amiche» si adoperava cioè o nei rapporti for­malizzati – scambio di lettere e circolari fra organismo nazionale e organismo provinciale, fra organismo provinciale e circolo territoriale; apertura di relazione, intervento, conclusione – oppure con le sconosciute.

Sconosciute alle quali si mandava, fin dalla formula iniziale, un messaggio politico complesso: «cara signora» avrebbe sot­tolineato la distanza, avrebbe dato al rapporto un’aura piccolo borghese, avrebbe creato l’inevitabile pasticcio signora-signori­na, al plurale sarebbe suonato arrogante e perfino sarcastico; «cara compagna» che si usava allora solo e rigorosamente nei rapporti di partito fra iscritte, sottolineando la classe avrebbe contraddetto la stessa ragion d’essere dell’Udi, avrebbe infasti­dito per la sua connotazione politica chi non si riconosceva nella sinistra, avrebbe alimentato pericolose confusioni tra sedi e perfino gerarchie diverse come un abuso di titolo o un’appro­priazione indebita.

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margherita levo rosenberg     IL POZZO DEL PENSIERO; pellicole rx , depliants pubblicitari, spilli su rete metallica, su specchio, cm 80x80x80, 2009 (3) (1)

…Il femminismo. Le femministe. Il femminismo in quanto movimento politico degli anni ’70/’80… sembra un tutto organico e compatto mentre era variegato e complesso e un po’ pazzo, e perciò io preferisco dire ‘con le femministe’, con quelle femministe io ed altre, tutte noi dell’Udi, mi sono in primo luogo scontrata, prima che incontrata. Per una ragione molto semplice, persino fisiologica: noi venivamo da quarant’anni  di gloriose lotte per l’emancipazione, arrivano queste sgarzole,  che sembrava avessero tutte vent’anni anche quando ne avevano quaranta e passa, e dicono che è tutto sbagliato, che siamo passatiste, che abbiamo rapporti con le istituzioni, che difendiamo la famiglia, che festeggiamo ancora l’8 marzo giornata di lotta e tutti gli altri 364 giorni che cosa facciamo, che l’emancipazione è una trappola mentre la liberazione sì…, e basta con questa storia degli asili nido e dei servizi sociali. Insomma, non c’era nulla di quello che l’Udi faceva o aveva fatto che andasse bene a questa nuova leva. Una radicalità salutare e perfino necessaria,  ma tale da suscitare inizialmente il risentimento di almeno quelle fra noi che non avevano fretta di cavalcare le nuove parole d’ordine.  Abbiamo fatto diversi tentativi di contatto e di discussione, ma senza veramente capirci. Perché quello che serviva era propriamente il conflitto, il tenersi testa, il misurarsi su un terreno concreto di lotta politica…

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immagine di Margherita Levo Rosenberg : IL POZZO DEL PENSIERO; pellicole rx , depliants pubblicitari, spilli su rete metallica, su specchio, cm 80x80x80, 2009

7aNon sopporta Sciostacovic. Ma neppure io, perciò la cosa non suscita discussione né problema. Mi turba invece, più educato e soffice, il suo fastidio per Mozart. Potrebbe essere semplice snobismo: è una costante caratteriale che le riconosco e su cui facciamo dell’ironia. Ma mi domando se non sia invece la rivelazione apparentemente minore, tutta avvolta negli schermi del gusto, di una concezione del mondo che ci fa radicalmente diverse. E su un sodalizio di anni, su una tenerezza ininterrotta e intensa anche se necessariamente banalizzata dal quotidiano, mi si apre allora una vertigine di incomunicabilità che il dubbio fa dolorosa: perché il dubbio apre le porte non già alla rassicurazione del probabile, ma alla metafisica del possibile.

Mille e mille fatti materiali di vita — e quei significati che per essere affidati a un codice tutto fisico, diretto, non verbale sono i più parlanti — mi offrono una smentita a cui do la ragionevolezza di una rassegna. La condivisione del cibo, del letto, degli spazi di vita, le dipendenze e gli aggiustamenti reciproci che tutto ciò comporta non ci garantiscono di nulla, come in un matrimonio non garantiscono appunto di un rapporto. E il nostro non è un matrimonio. Non è propriamente neppure una vita di coppia, sia pure al femminile. Ho coscienza di essere io il suo unico passaporto per il mondo, ma ho coscienza anche che nel momento in cui mi usa, diciamo meglio, in cui fonda su di me il suo rapporto con l’esistenza e con gli altri, mi supera con regale sprezzatura: e si affaccia su un Altro di cui l’ostilità a Mozart è appunto la spia.

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Soggetti eccedenti

febbraio 5, 2013

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Vania Chiurlotto  

DWF / UNA QUESTIONE  DI  GOVERNO 2-3 aprile-settembre, 1994

[…]  Che la politica di emancipazione femminile trovasse storicamente sostegno e fondamento nella sinistra era fisiologico – mai pacifico, s’intende. Là si collocava l’orizzonte di una più complessiva emancipazione; là una pratica della politica come trascendenza degli interessi individuali – fino alla più contraddittoria sublimazione; là la garanzia dell’agibilità democratica nelle istituzioni e nella società.

Ma la rottura operata dal femminismo, e più ancora dal pensiero e dalle pratiche della differenza sessuale, non può più contemplare un simile rapporto tra la politica delle donne e la politica della sinistra: ogni sforzo per acquisire risultati che per essere leggibili e credibili dovevano avere il carattere della concretezza e della spendibilità si è rivelato povero, giacché il più grande esito di quelle lotte, di quel pensiero e di quelle pratiche è di aver immesso nella storia del nostro paese donne di più generazioni (non quadri militanti, soggetti concreti e presenti ovunque) capaci di agire politicamente, di operare spostamenti su piani diversi della realtà  – e in primo luogo nella propria vita – non malgrado ma a causa dell’esser donna. Come anche di dirsi gli scacchi e gli aggiustamenti quotidiani che un soggetto opera quando intorno a sé vede ostacoli, e non sempre attacchi e complotti.

Ossessionata dai risultati “concreti”, la sinistra ha minimamente parlato a quei soggetti. Diciamo meglio: le donne della sinistra poco si sono parlate da soggetti, e a molte di loro il “partire da sé” è continuato a sembrare un esercizio futile e tutto sommato colpevole.

Donne di più generazioni, soggetti “eccedenti” in tutti i sensi la consolidata mappa sociologica della sinistra.

Perché quando l’ambizione di una donna non è più di essere come un uomo (sono come te), né di essere come un uomo immagina che una donna debba essere (sono come tu mi vuoi), ciò cambia l’intero sistema di riferimento, il senso da dare anche ai più tradizionali terreni di azione politica e ai valori che si propongono.

Rubricare tali soggetti sotto il titolo di “protagonismo femminile” è un luogo comune di già goffo o improprio, perché è una categoria troppo ampia e comprensiva di tutto ciò di cui il maschile fa teatro, o troppo ristretta perché considera solo quel che si presenta sulla scena della politica istituzionale.

Questo gergo suggerisce una supervalutazione del politico che è l’esatto contrario della realtà: in tutti gli aspetti della vita e in tutti gli ambiti sociali è visibile una presenza femminile, organizzata e molto più spesso non organizzata, di donne che governano il loro progetto di vita.

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