“valorizzarsi tra donne”

ottobre 25, 2015

Crystallized Books — Alexis Arnold 

Postfazione di Vania Chiurlotto al saggio di Rina Macrelli L’indegna schiavitù. Anna Maria Mozzoni e la lotta contro la prostituzione di stato , Editori Riuniti, 1980, con l’introduzione di Franca Pieroni Bortolotti

Una postfazione perché

Quando ho letto il manoscritto di Rina ho capito perché sembrasse a tutte tanto naturale, tanto appropriato all’attualità delle cose che si stavano discutendo – anche nelle più complicate assemblee di movimento – il suo frequente riferirsi alle donne che hanno lottato nell’Ottocento. Non c’era ombra di retorica, né rituale sorellanza, né odore di biblioteca nelle sue parole: ma linguaggio appassionato, vera comunicazione al di là del tempo, e studio severo.

Il manoscritto, dicevo, quando ancora portava un titolo (Chi è il prostituto?) provvisorio ma anche oggettivamente provocatorio nella sua fondatezza storica e sempre attuale. Non sono molti neppure oggi gli uomini che avrebbero il coraggio di ammettere quel che diversi relatori al secondo congresso internazionale della federazione abolizionista pure dichiararono esattamente cent’anni fa: “Siamo noi i prostituti”. Che Rina me l’abbia affidato, proprio perché non sono una studiosa, proprio perché non sono un lettore di casa editrice, proprio perché non appartengo a quel collettivo di via Pompeo Magno con il quale lei ha condiviso in questi anni la sua battaglia femminista, cioè per tutte ragioni “in negativo”, è sembrata a me una prova di amicizia e di fiducia. E anche un’occasione per esercitare quel “valorizzarsi tra donne”, al di fuori di schematismi di gruppo e con grande libertà di apporti, che non è poi l’aspetto più insignificante del modo che abbiamo oggi di stabilire rapporti nel e per il movimento delle donne. D’altra parte, il lavoro di Rina portava già questo segno. Perché la prima intuizione di una linea di ricerca le era venuta in seguito all’organizzazione di un convegno sulla prostituzione tenuto dal collettivo di via Pompeo Magno il 25 febbraio 1973 alla sala Beloch di Roma, per reagire prontamente – e, come abbiamo poi visto, mai definitivamente – ad una proposta di riapertura delle “case di tolleranza”. Gli interventi di Anna, di Matilde, di Giuseppina, di Paola, di Giovanna, di Julienne l’avevano confermata nella comune ipotesi che le radici esistenziali della nostra oppressione stanno nella sessualità, e che quindi questo è il terreno privilegiato della battaglia, dell’analisi, e della ricerca storica.

In un separatismo che sta nell’autonomia di giudizio, prima che nella pratica di movimento, e che non poteva non trovare sulla sua strada la grande Anna Maria. Bisogna scriverlo così, non per abitudine di movimento, ma perché così Rina parla della Mozzoni. E quando dice Giorgina devi capire che parla della Saffi, e Giuseppina è la Butler, e Malvina è Malvina Frank e Jesse è la White Mario e così via: ti dimentichi dei cappelloni e degli ombrellini che hai sempre mentalmente associato a queste ottocentesche compagne di lotta, le riscopri nella loro realtà e vicinanza. E allora non sarà presuntuoso aggiungere che il cammino di questo manoscritto, fino a farsi libro per tutte noi e opera di cultura per tutti, è dovuto anche alla fiducia di Marisa, di Franca, di Giovanna, di Cecilia, di Elsa, per dire soltanto di quelle di cui so. Quelle che operando in un giornale del movimento, nell’editoria, nella ricerca universitaria, nel mercato librario non concepiscono il loro lavoro come una fetta di emancipazione da strappare alla concorrenza, né il loro servizio come un sotterraneo e subalterno darsi-una-mano-tra-donne. Ma, appunto, come l’opportunità di valorizzare il lavoro di un’altra donna quando ha così chiari segni di generosità e di intelligenza di noi e delle cose.

Vania Chiurlotto, direttore di “Noi donne”

Giugno 1980

PDF

immagine, Crystallized Books di Alexis Arnold

 

Annunci

new-century Cara Barer“Abortiscano pure le italiane che lo vogliono, ma non facciano ricadere tale decisione, assolutamente di carat­tere intimo, sulla pelle del contribuente”: così scrive il signor Luigi Peteani di Novara in una lettera al «Corriere della Sera» di lunedì 24 aprile. E’ indignato, il signor Lui­gi, perché la legge approvata alla Camera e in discussione al Senato prevede all’articolo tre uno stanziamento di cin­quanta miliardi per i consultori. Lo invitiamo a leggersi l’intervista concessa dal ginecologo napoletano dottor Achille Della Ragione al giornalista de «La Stampa» Fran­cesco Santini (venerdì 28 aprile). Intervista prontamente e inutilmente smentita, appena il giovane ginecologo si è reso conto di averla fatta grossa: ha detto pubblicamente quello che molti medici pensano e fanno in tutta Italia.

Mettiamo in fila le sue più sfacciate dichiarazioni: “Sono diventato un intoccabile: fisco e magistratura non mi fan­no paura, l’aborto clandestino tesse trame sottili – Tra otto dieci mesi, con due miliardi in banca, smetto. Mi dedicherò ad un grande consultorio gratuito, la ricerca scien­tifica mi attrae – io non sono tenero, l’aborto è un atto violento, va sofferto, è bene che paghino — io faccio la parte del leone, i prezzi bassi (centomila lire) convogliano nel mio studio gran parte della domanda, ma, di certo, anche gli altri lavorano – A Napoli, sono certo, l’obiezione avrà successo. I medici rifiuteranno l’aborto, né le donne si presenteranno in ospedale, col rischio dl pubbli­cizzare l’interruzione di gravidanza”.

Chi non vuole la legge per ragioni di principio, di co­scienza, chi organizza le “marce per la vita” come il ve­scovo di Firenze, deve sapere che ha, gli piaccia o no, questi alleati. Il signor Luigi, il cittadino che paga le tasse, ci con­cede liberalmente di abortire – affari nostri – e ci man­da direttamente dal dottor Achille, il cittadino che non paga le tasse. Strenui difensori entrambi del portafoglio, temono una cosa sola: una legge che finanziando consul­tori pubblici ci consenta di evitare l’aborto, una legge che ci permetta di abortire nelle strutture sanitarie pubbliche gratuitamente, cioè a spese della collettività, e su nostra decisione. E’ contro questa gente, questi interessi e que­sta mentalità, che è necessario realizzare una grande uni­tà, di tutte le donne in primo luogo, per far approvare que­sta legge, per farla applicare in tutte le sue possibilità, per sconfiggere l’aborto come mezzo di controllo delle nascite.

Vania Chiurlotto

(Noi Donne – n.20 – 14 maggio 1978)

l’immagine è un’opera di Cara Barer

Bird. Scultura di Bronia Sawyer (Inghilterra 1982) realizzata con vecchi elenchi telefonici.Si sa che la parola ‘emancipazione’ non ha mai avuto buona stampa. Impossibile da scandire in una manifestazione, improbabile in uno slogan, imbarazzante nell’etimo che ti rimandava seccamente alla minorità e alla schiavitù, ambigua nelle immagini che evocava oscillanti tra il viriloide e lo spregiudicato, ha sempre richiesto specificazioni e interpretazioni politiche, fino alla sua difficile coniugazione con ‘liberazione’ (e? o? con il trattino? con la sbarretta? Ogni soluzione rimandava a diverse concezioni, pratiche di vita e di lotta politica). Un dibattito ormai datato, e tuttavia non concluso se l’affermazione che mi è capitato di fare in un gruppo di discussione alla prima tappa del XIII congresso dell’Udi, a Firenze, ha suscitato qualche eco e molti fraintendimenti.

Avevo detto – riprendendo peraltro il titolo di una serie di incontri organizzati qualche anno fa dal Centro studi Dwf di Roma nella Sala Anna Maria Mozzoni – che “ormai emancipate si nasce”.  Ritengo, mi pare perfino ovvio, che n egli anni ’70 si sia conclusa una lunga stagione politica, e si sia conclusa fruttuosamente.

‘Emancipate si nasce’ vuol dire non soltanto che sono cadute le discriminazioni formali, ma che sono avvenuti grandi spostamenti nella vita delle generazioni femminili. Per richiamarli, mi avvarrò a piene mani dei dati e delle considerazioni che Lorenza Zanuso colloca in appendice alla sua relazione  “Gli  studi sulla doppia presenza” in  La ricerca delle donne, Studi femministi in Italia, a cura di Maria Cristina Marcuzzo e Anna Rossi-Doria, 1987.

Leggi il seguito di questo post »