new-century Cara Barer“Abortiscano pure le italiane che lo vogliono, ma non facciano ricadere tale decisione, assolutamente di carat­tere intimo, sulla pelle del contribuente”: così scrive il signor Luigi Peteani di Novara in una lettera al «Corriere della Sera» di lunedì 24 aprile. E’ indignato, il signor Lui­gi, perché la legge approvata alla Camera e in discussione al Senato prevede all’articolo tre uno stanziamento di cin­quanta miliardi per i consultori. Lo invitiamo a leggersi l’intervista concessa dal ginecologo napoletano dottor Achille Della Ragione al giornalista de «La Stampa» Fran­cesco Santini (venerdì 28 aprile). Intervista prontamente e inutilmente smentita, appena il giovane ginecologo si è reso conto di averla fatta grossa: ha detto pubblicamente quello che molti medici pensano e fanno in tutta Italia.

Mettiamo in fila le sue più sfacciate dichiarazioni: “Sono diventato un intoccabile: fisco e magistratura non mi fan­no paura, l’aborto clandestino tesse trame sottili – Tra otto dieci mesi, con due miliardi in banca, smetto. Mi dedicherò ad un grande consultorio gratuito, la ricerca scien­tifica mi attrae – io non sono tenero, l’aborto è un atto violento, va sofferto, è bene che paghino — io faccio la parte del leone, i prezzi bassi (centomila lire) convogliano nel mio studio gran parte della domanda, ma, di certo, anche gli altri lavorano – A Napoli, sono certo, l’obiezione avrà successo. I medici rifiuteranno l’aborto, né le donne si presenteranno in ospedale, col rischio dl pubbli­cizzare l’interruzione di gravidanza”.

Chi non vuole la legge per ragioni di principio, di co­scienza, chi organizza le “marce per la vita” come il ve­scovo di Firenze, deve sapere che ha, gli piaccia o no, questi alleati. Il signor Luigi, il cittadino che paga le tasse, ci con­cede liberalmente di abortire – affari nostri – e ci man­da direttamente dal dottor Achille, il cittadino che non paga le tasse. Strenui difensori entrambi del portafoglio, temono una cosa sola: una legge che finanziando consul­tori pubblici ci consenta di evitare l’aborto, una legge che ci permetta di abortire nelle strutture sanitarie pubbliche gratuitamente, cioè a spese della collettività, e su nostra decisione. E’ contro questa gente, questi interessi e que­sta mentalità, che è necessario realizzare una grande uni­tà, di tutte le donne in primo luogo, per far approvare que­sta legge, per farla applicare in tutte le sue possibilità, per sconfiggere l’aborto come mezzo di controllo delle nascite.

Vania Chiurlotto

(Noi Donne – n.20 – 14 maggio 1978)

l’immagine è un’opera di Cara Barer

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Su Carta delle donne comuniste, 9 gennaio 1989

Nell’esprimere un giudizio su come il Pci ha deciso di modificare il proprio regolamento congressuale  ed in esso di mettere in atto meccanismi di garanzia per la rappresentanza femminile,  voglio tener fermo un punto ovvio ma che a me pare essenziale : si tratta di una questione che interessa e riguarda i comunisti e le comuniste. Non intendo con ciò svalutarla, naturalmente, ma determinare il campo all’interno del quale tale decisione  “fa questione” e genera dissensi e conflitti.

Non si tratta  cioè né delle regole proprie di un gruppo politico di donne, né di donne che agiscono e si rapportano fra loro in un sociale generico. Chi si iscrive al Pci intende agire in una istituzione in cui il progetto non è già dato, o è implicito, ma è anzi l’oggetto stesso della partecipazione: nel caso di quelle donne comuniste che hanno prioritario il senso dell’appartenenza politica al proprio sesso, ciò costituisce motivo di contraddizione permanente. Da questo punto di vista, la più ricca affermazione della Carta itinerante mi sembra quella iniziale, apparentemente la più banale: siamo donne comuniste.

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