E’ colpa mia

settembre 13, 2013

libro di Jacqueline Rush Lee[…] L’istinto a colpevolizzarci, soprattutto quando si tratti dei figli, a far sempre comunque ricadere su di noi e solo su di noi la responsabilità di ogni atto. L’idea che la trasgressione più grossa, quella che non può passare impunita, quella che prima o poi si paga, sia l’allontanarsi da casa. […] lo ritroviamo nelle cose più piccole. Per esempio, di fronte al cattivo rendimento scolastico di un figlio, è normale che una madre al colloquio con i professori dica: «Sa, io lavoro…», e lo confessa appunto come un peccato.

È un atteggiamento autodistruttivo che dobbiamo sconfiggere in noi stesse, ma è anche uno di quei valori chiusi nella nostra subalternità che dobbiamo saper leggere: la capacità di farci carico delle cose, di non tirarcene mai fuori, di farci coinvolgere personalmente. Per questo motivo, forse, la maggior parte delle donne si sente estranea alla politica. Perché ci pare un aspetto della vita di fronte al quale non possiamo dire: «È colpa mia», del quale non possiamo farci personalmente e immediatamente carico. Non è così, sappiamo «con la testa» che non è così, ma è anche vero che se un cambiamento la politica deve fare è proprio quello di essere – o di tornare ad essere, com’è nei più vivi momenti della storia di un popolo – una dimensione della quale tutti possiamo assumerci la responsabilità.

Per le grandi scelte, naturalmente, ma anche per  costruire un mondo in cui non si possa dare che una  bimba muoia di disperazione e una madre – e lei soltanto – sappia dire: «È stata colpa mia».

Vania Chiurlotto

Noi donne –  n. 3 -18 gennaio 1980

l‘immagine è un’opera di  Jacqueline Rush Lee

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La sfoglia politica

agosto 18, 2013

Jacqueline Rush Lee[…] Ci chiamavamo «amiche». Amiche di chi, non è mai stato chiaro. L’appellativo veniva usato in circostanze precise: poteva essere l‘incipit di una lettera, di una riunione, di un’assemblea pubblica.

«Care amiche» si adoperava cioè o nei rapporti for­malizzati – scambio di lettere e circolari fra organismo nazionale e organismo provinciale, fra organismo provinciale e circolo territoriale; apertura di relazione, intervento, conclusione – oppure con le sconosciute.

Sconosciute alle quali si mandava, fin dalla formula iniziale, un messaggio politico complesso: «cara signora» avrebbe sot­tolineato la distanza, avrebbe dato al rapporto un’aura piccolo borghese, avrebbe creato l’inevitabile pasticcio signora-signori­na, al plurale sarebbe suonato arrogante e perfino sarcastico; «cara compagna» che si usava allora solo e rigorosamente nei rapporti di partito fra iscritte, sottolineando la classe avrebbe contraddetto la stessa ragion d’essere dell’Udi, avrebbe infasti­dito per la sua connotazione politica chi non si riconosceva nella sinistra, avrebbe alimentato pericolose confusioni tra sedi e perfino gerarchie diverse come un abuso di titolo o un’appro­priazione indebita.

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margherita levo rosenberg     IL POZZO DEL PENSIERO; pellicole rx , depliants pubblicitari, spilli su rete metallica, su specchio, cm 80x80x80, 2009 (3) (1)

…Il femminismo. Le femministe. Il femminismo in quanto movimento politico degli anni ’70/’80… sembra un tutto organico e compatto mentre era variegato e complesso e un po’ pazzo, e perciò io preferisco dire ‘con le femministe’, con quelle femministe io ed altre, tutte noi dell’Udi, mi sono in primo luogo scontrata, prima che incontrata. Per una ragione molto semplice, persino fisiologica: noi venivamo da quarant’anni  di gloriose lotte per l’emancipazione, arrivano queste sgarzole,  che sembrava avessero tutte vent’anni anche quando ne avevano quaranta e passa, e dicono che è tutto sbagliato, che siamo passatiste, che abbiamo rapporti con le istituzioni, che difendiamo la famiglia, che festeggiamo ancora l’8 marzo giornata di lotta e tutti gli altri 364 giorni che cosa facciamo, che l’emancipazione è una trappola mentre la liberazione sì…, e basta con questa storia degli asili nido e dei servizi sociali. Insomma, non c’era nulla di quello che l’Udi faceva o aveva fatto che andasse bene a questa nuova leva. Una radicalità salutare e perfino necessaria,  ma tale da suscitare inizialmente il risentimento di almeno quelle fra noi che non avevano fretta di cavalcare le nuove parole d’ordine.  Abbiamo fatto diversi tentativi di contatto e di discussione, ma senza veramente capirci. Perché quello che serviva era propriamente il conflitto, il tenersi testa, il misurarsi su un terreno concreto di lotta politica…

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immagine di Margherita Levo Rosenberg : IL POZZO DEL PENSIERO; pellicole rx , depliants pubblicitari, spilli su rete metallica, su specchio, cm 80x80x80, 2009

7aNon sopporta Sciostacovic. Ma neppure io, perciò la cosa non suscita discussione né problema. Mi turba invece, più educato e soffice, il suo fastidio per Mozart. Potrebbe essere semplice snobismo: è una costante caratteriale che le riconosco e su cui facciamo dell’ironia. Ma mi domando se non sia invece la rivelazione apparentemente minore, tutta avvolta negli schermi del gusto, di una concezione del mondo che ci fa radicalmente diverse. E su un sodalizio di anni, su una tenerezza ininterrotta e intensa anche se necessariamente banalizzata dal quotidiano, mi si apre allora una vertigine di incomunicabilità che il dubbio fa dolorosa: perché il dubbio apre le porte non già alla rassicurazione del probabile, ma alla metafisica del possibile.

Mille e mille fatti materiali di vita — e quei significati che per essere affidati a un codice tutto fisico, diretto, non verbale sono i più parlanti — mi offrono una smentita a cui do la ragionevolezza di una rassegna. La condivisione del cibo, del letto, degli spazi di vita, le dipendenze e gli aggiustamenti reciproci che tutto ciò comporta non ci garantiscono di nulla, come in un matrimonio non garantiscono appunto di un rapporto. E il nostro non è un matrimonio. Non è propriamente neppure una vita di coppia, sia pure al femminile. Ho coscienza di essere io il suo unico passaporto per il mondo, ma ho coscienza anche che nel momento in cui mi usa, diciamo meglio, in cui fonda su di me il suo rapporto con l’esistenza e con gli altri, mi supera con regale sprezzatura: e si affaccia su un Altro di cui l’ostilità a Mozart è appunto la spia.

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Soggetti eccedenti

febbraio 5, 2013

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Vania Chiurlotto  

DWF / UNA QUESTIONE  DI  GOVERNO 2-3 aprile-settembre, 1994

[…]  Che la politica di emancipazione femminile trovasse storicamente sostegno e fondamento nella sinistra era fisiologico – mai pacifico, s’intende. Là si collocava l’orizzonte di una più complessiva emancipazione; là una pratica della politica come trascendenza degli interessi individuali – fino alla più contraddittoria sublimazione; là la garanzia dell’agibilità democratica nelle istituzioni e nella società.

Ma la rottura operata dal femminismo, e più ancora dal pensiero e dalle pratiche della differenza sessuale, non può più contemplare un simile rapporto tra la politica delle donne e la politica della sinistra: ogni sforzo per acquisire risultati che per essere leggibili e credibili dovevano avere il carattere della concretezza e della spendibilità si è rivelato povero, giacché il più grande esito di quelle lotte, di quel pensiero e di quelle pratiche è di aver immesso nella storia del nostro paese donne di più generazioni (non quadri militanti, soggetti concreti e presenti ovunque) capaci di agire politicamente, di operare spostamenti su piani diversi della realtà  – e in primo luogo nella propria vita – non malgrado ma a causa dell’esser donna. Come anche di dirsi gli scacchi e gli aggiustamenti quotidiani che un soggetto opera quando intorno a sé vede ostacoli, e non sempre attacchi e complotti.

Ossessionata dai risultati “concreti”, la sinistra ha minimamente parlato a quei soggetti. Diciamo meglio: le donne della sinistra poco si sono parlate da soggetti, e a molte di loro il “partire da sé” è continuato a sembrare un esercizio futile e tutto sommato colpevole.

Donne di più generazioni, soggetti “eccedenti” in tutti i sensi la consolidata mappa sociologica della sinistra.

Perché quando l’ambizione di una donna non è più di essere come un uomo (sono come te), né di essere come un uomo immagina che una donna debba essere (sono come tu mi vuoi), ciò cambia l’intero sistema di riferimento, il senso da dare anche ai più tradizionali terreni di azione politica e ai valori che si propongono.

Rubricare tali soggetti sotto il titolo di “protagonismo femminile” è un luogo comune di già goffo o improprio, perché è una categoria troppo ampia e comprensiva di tutto ciò di cui il maschile fa teatro, o troppo ristretta perché considera solo quel che si presenta sulla scena della politica istituzionale.

Questo gergo suggerisce una supervalutazione del politico che è l’esatto contrario della realtà: in tutti gli aspetti della vita e in tutti gli ambiti sociali è visibile una presenza femminile, organizzata e molto più spesso non organizzata, di donne che governano il loro progetto di vita.

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Sembra ieri

agosto 15, 2012

Mi sembra necessario in primo luogo motivare la scelta di raccogliere e mettere in rete testi pubblicati ormai trentacinque anni fa. Si tratta di brevi editoriali  – sempre di 2500 battute – comparsi settimanalmente in Noi donne, da me diretto dall’autunno 1977 alla primavera 1981.  La fattura anche tecnica  del giornale era allora così lenta che quasi tutte le pagine dovevano essere prodotte con molto anticipo. I fondini – come venivano chiamati in gergo redazionale – erano nati per avere una piccola parte della rivista scritta all’ultimo momento e quindi riferita a fatti politici o di cronaca con un carattere di attualità o addirittura di urgenza.

Questo richiederebbe oggi una contestualizzazione che va al di là  dei miei propositi: basterà scorrere i titoli negli indici. Dalla frequenza con cui si parla di aborto e di legge 194, di terrorismo, di discriminazione verso le donne, di sfruttamento, di violenza sessuale, di rapporti nel movimento delle donne… ci si potrà rendere un po’ conto del clima politico in cui quei rapidi giudizi venivano formulati. E anche di come i fondini finissero per  diventare un’indicazione politica per le lettrici, un esempio di lettura sessuata della realtà.

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