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Su Carta delle donne comuniste, 9 gennaio 1989

Nell’esprimere un giudizio su come il Pci ha deciso di modificare il proprio regolamento congressuale  ed in esso di mettere in atto meccanismi di garanzia per la rappresentanza femminile,  voglio tener fermo un punto ovvio ma che a me pare essenziale : si tratta di una questione che interessa e riguarda i comunisti e le comuniste. Non intendo con ciò svalutarla, naturalmente, ma determinare il campo all’interno del quale tale decisione  “fa questione” e genera dissensi e conflitti.

Non si tratta  cioè né delle regole proprie di un gruppo politico di donne, né di donne che agiscono e si rapportano fra loro in un sociale generico. Chi si iscrive al Pci intende agire in una istituzione in cui il progetto non è già dato, o è implicito, ma è anzi l’oggetto stesso della partecipazione: nel caso di quelle donne comuniste che hanno prioritario il senso dell’appartenenza politica al proprio sesso, ciò costituisce motivo di contraddizione permanente. Da questo punto di vista, la più ricca affermazione della Carta itinerante mi sembra quella iniziale, apparentemente la più banale: siamo donne comuniste.

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Soggetti eccedenti

febbraio 5, 2013

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Vania Chiurlotto  

DWF / UNA QUESTIONE  DI  GOVERNO 2-3 aprile-settembre, 1994

[…]  Che la politica di emancipazione femminile trovasse storicamente sostegno e fondamento nella sinistra era fisiologico – mai pacifico, s’intende. Là si collocava l’orizzonte di una più complessiva emancipazione; là una pratica della politica come trascendenza degli interessi individuali – fino alla più contraddittoria sublimazione; là la garanzia dell’agibilità democratica nelle istituzioni e nella società.

Ma la rottura operata dal femminismo, e più ancora dal pensiero e dalle pratiche della differenza sessuale, non può più contemplare un simile rapporto tra la politica delle donne e la politica della sinistra: ogni sforzo per acquisire risultati che per essere leggibili e credibili dovevano avere il carattere della concretezza e della spendibilità si è rivelato povero, giacché il più grande esito di quelle lotte, di quel pensiero e di quelle pratiche è di aver immesso nella storia del nostro paese donne di più generazioni (non quadri militanti, soggetti concreti e presenti ovunque) capaci di agire politicamente, di operare spostamenti su piani diversi della realtà  – e in primo luogo nella propria vita – non malgrado ma a causa dell’esser donna. Come anche di dirsi gli scacchi e gli aggiustamenti quotidiani che un soggetto opera quando intorno a sé vede ostacoli, e non sempre attacchi e complotti.

Ossessionata dai risultati “concreti”, la sinistra ha minimamente parlato a quei soggetti. Diciamo meglio: le donne della sinistra poco si sono parlate da soggetti, e a molte di loro il “partire da sé” è continuato a sembrare un esercizio futile e tutto sommato colpevole.

Donne di più generazioni, soggetti “eccedenti” in tutti i sensi la consolidata mappa sociologica della sinistra.

Perché quando l’ambizione di una donna non è più di essere come un uomo (sono come te), né di essere come un uomo immagina che una donna debba essere (sono come tu mi vuoi), ciò cambia l’intero sistema di riferimento, il senso da dare anche ai più tradizionali terreni di azione politica e ai valori che si propongono.

Rubricare tali soggetti sotto il titolo di “protagonismo femminile” è un luogo comune di già goffo o improprio, perché è una categoria troppo ampia e comprensiva di tutto ciò di cui il maschile fa teatro, o troppo ristretta perché considera solo quel che si presenta sulla scena della politica istituzionale.

Questo gergo suggerisce una supervalutazione del politico che è l’esatto contrario della realtà: in tutti gli aspetti della vita e in tutti gli ambiti sociali è visibile una presenza femminile, organizzata e molto più spesso non organizzata, di donne che governano il loro progetto di vita.

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